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Per servire l’unità ” “

I Carmelitani in un Paese a maggioranza ortodossa ” “” “

Bucarest, Ciocanari, Sibiu, Darmanesti… Sono alcune delle località romene che ospitano una presenza carmelitana. Esperienze di fede che si incontrano con la quotidianità del vivere: la casa, il lavoro, l’assistenza agli anziani o alle persone più deboli. Ma anche il celebrare assieme la messa, il confrontarsi con una realtà civile ed ecclesiale che tra pochi mesi tornerà a far parte a pieno titolo di quell’Europa che “respira con i due polmoni” dell’Est e dell’Ovest, “profetizzata” da Giovanni Paolo II. Chiesa senza confini. Soprattutto ad opera del Mec, Movimento ecclesiale carmelitano, le distanze tra Romania e Italia si sono ridotte. Da cinque anni sono presenti a Bucarest alcuni frati che oggi animano un inconsueto monastero: la sede non è altro che un doppio appartamento in un bloc, palazzone della periferia, dove vivono cinque religiosi italiani guidati dal priore, padre Tarcisio Favaro. Nessuna concessione all’estetica, ma nel mini-monastero tutto è ben organizzato e il via-vai della gente del quartiere racconta di “una presenza ecclesiale che vorrebbe essere segno di solidarietà umana e di speranza cristiana”. In questi locali è sorta anche una nuova vocazione religiosa: un giovane romeno ha intrapreso il noviziato. Non molto distante, ecco ancora un convento: in un altro edificio popolare vivono quattro suore, due con passaporto italiano e due del Madagascar, cui si è aggiunta una postulante romena. Padre Favaro spiega che “probabilmente alla fine di quest’anno potremo entrare nel nuovo monastero”, la cui costruzione si erge ad alcuni chilometri dal centro della capitale. “Col tempo – aggiunge il priore – sorgerà anche una casa di spiritualità e, poi, il santuario che vorremmo dedicato a Maria madre dell’unità”. Fede e impegno solidale. “Crediamo – spiega Adriana Formenti, responsabile laica del Mec in Romania – che il carisma carmelitano, vissuto e condiviso da laici, frati e suore, in comunione tra loro, ma ognuno con la propria specificità, sia il regalo più bello che possiamo fare alla Chiesa romena”. “Desideriamo camminare insieme a chi lo vuole – prosegue Formenti -, avendo come meta l’incontro con Cristo nella vita quotidiana”. Mentre fioriscono attorno a frati, suore e laici iniziative religiose e formative (fra cui i corsi di lingue straniere, le serate di discussione sui temi di attualità, il coro o le iniziative assistenziali), e mentre architetti e muratori sono all’opera per il nuovo monastero, non mancano altre opportunità. “Tutte queste sono opere importanti, che assorbono tantissime energie – chiarisce Formenti, anch’essa residente in un bloc che ricorda l’epoca di Ceausescu -. Nel frattempo sono presenti a Bucarest due coppie italiane di laici, il cui compito è di realizzare entro il 2006 una “Casa del giovane” a Ciocanari, fuori dalla città. Darà ospitalità a ragazzi, in prevalenza tzigani, che a 18 anni escono dagli orfanotrofi senza alcuna prospettiva di vita, di formazione o di lavoro”. Al progetto collaborano la Caritas di Bucarest e due associazioni italiane: la “29 maggio” di Ghedi (Brescia) e la “Fratello mio” di Milano. Nei mesi caldi si tengono alcuni campi estivi animati da universitari volontari italiani e romeni. A Darmanesti, nella Moldavia, “lo scorso anno erano presenti 300 ragazzi”. Pareri diversi sull’Europa. La presenza carmelitana in un paese a grande maggioranza ortodossa, è diventata anche un punto di ritrovo per studenti universitari, famiglie, giovani coppie, che danno vita a una sorta di “laboratorio culturale”. Qui si riflette sul futuro ingresso della Romania nell’Ue, fissato al 1° gennaio 2007. I pareri in proposito sono piuttosto discordanti. “Aumentano i timori per questo appuntamento con l’Europa – spiega Larisa Balbuzan, docente di teologia e dottrina sociale presso la scuola superiore della diocesi di Bucarest -. Si ha paura di un ulteriore impoverimento per la popolazione, visto che la nostra economia non saprà reggere l’urto della concorrenza dei paesi Ue. Ci si chiede se le famiglie avranno da mangiare oppure se aumenterà la disoccupazione…”. Isabela Stefan, prossima alla laurea in legge: “La nostra economia è arretrata, ma dobbiamo anche mettere nel conto il rischio di perdere la nostra identità in un’Unione così grande. Di positivo, invece, avremo la possibilità di un confronto con altre culture e tradizioni”. Il “modello occidentale” e il “consumismo” spaventano tutti; così Iulia e Stefan Pantea, sposi in attesa di un figlio, musicologa lei e ingegnere lui, ricordano “il problema delle migrazioni verso la Spagna, l’Italia e la Germania. La gente va via perché è attratta dal sogno di una vita migliore. Il comunismo aveva lasciato una pesante eredità; ora il consumismo rischio di avere un eguale effetto perverso”. Dana Ciot, neolaureata, ricorda invece che “l’Europa può costituire una buona opportunità per crescere, per combattere la corruzione, per trasformare il paese”.