Sulle tracce della speranza

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“La speranza abita la vita dell’uomo”, ma bisogna compiere “uno sforzo” in più per “leggere le sue tracce nella stessa struttura dell’uomo, nei suoi desideri che non vanno abbassati a bisogni da soddisfare, ma sempre innalzati a mete da sognare, perché i desideri ci fanno capire che nessun essere umano può esaurire la sua vita nel presente”.

È il compito fondamentale delle oltre 25mila parrocchie presenti in Italia, perché diventino “comunità profetiche di speranza”.

A delinearlo è stato il Centro di orientamento pastorale (Cop) che al tema “Costruire comunità profetiche di speranza. A quarant’anni dalla Gaudium et spes” ha dedicato, dal 27 al 30 giugno, la 55ª Settimana nazionale di aggiornamento pastorale (cfr Sir 49/2005).

Un tema importante, scelto anche dai vescovi italiani per il Convegno ecclesiale di Verona (16-20 ottobre 2006) che avrà infatti il titolo, “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.

Al Convegno del Cop hanno preso la parola esperti di pastorale, uomini di filosofia come Emilio Baccarini, esponenti di aggregazioni laicali come la ex presidente dell’Azione Cattolica, Paola Bignardi.

A tracciare le conclusioni, mons. DOMENICO SIGALINI, vescovo di Palestrina e presidente del Cop. Di seguito, riportiamo un’ampia sintesi del suo intervento. LA SETE DI SPERANZA. “Il mondo di oggi non è quello degli anni ’60. Oggi si sono affacciati problemi allora impensabili a segnare il tessuto delle nostre relazioni personali, nazionali e internazionali.

La speranza ha dovuto fare i conti con il crollo delle ideologie, che ha cancellato le utopie; all’effervescenza del ’68 in Italia è seguito il cancro del terrorismo ideologico; allo scioglimento dei blocchi tra Est e Ovest sono seguite le pulizie etniche in Europa, sono ritornate forme di intolleranza, nuovi fondamentalismi, assenza di paradigmi unificanti”. L’ESPERIENZA DEL RISORTO. “Tutti i nostri ragionamenti, considerazioni, stimoli culturali, tutte le nostre offerte di speranza devono poter contare sull’esperienza del Risorto, altrimenti il nostro essere cristiani non porta nessuna novità alla vita dell’uomo.

Il crocifisso risorto è il nome della speranza cristiana. Le due parole crocifisso e risorto unite inscindibilmente ci dicono la portata, la consistenza, la vocazione, la struttura della speranza cristiana. A quella morte è capitato qualcosa di inedito.

In questa compresenza di crocifissione e risurrezione ci sono tutti i drammi umani, tutte le ricerche, talora le sconfitte e le disperazioni, le debolezze e le piccole vittorie, le ansie e i martìri, la tenacia nella debolezza, la progettualità e l’accoglienza del dono.

Diventa allora importante riuscire a strutturare la vita del cristiano attorno all’esperienza del risorto e nello stesso tempo tradurre in linguaggi culturali comprensibili nella vita e nella società l’umanità nuova che il cristiano incarna nel vivere in sé e nel mondo delle sue relazioni la fede pasquale”. NELLA VITA POLITICA. “È evidente come in questi anni la politica abbia un grande deficit di speranza: sta diventando l’arte di raggiungere interessi comuni e non ideali comuni, cerca con cautela il possibile e demonizza i progetti, ha paura della condivisione che teme come spartizione di beni e non come ampliamento di partecipazione al bene comune.

Se cerca una mediazione lo fa con la tecnica del bilanciamento di forze, non con la ricerca di valori comuni… Lo spazio civile va visto come luogo in cui le speranze dei singoli acquistano forma universale, nel confronto faticoso delle posizioni, non nella voglia di vincere e sopraffare per poi creare aspettative di rivalsa…

Qui sono chiamate in causa le associazioni ecclesiali che sono particolarmente indicate a creare quegli spazi di relazionalità che ricuciono il tessuto sociale. C’è una politica che parte dal basso e che trova spesso nelle appartenenze parrocchiali di quartiere la novità di un impegno per tutti, di solidarietà ormai solo monetizzate e a scadenza di finanziamento”. PARROCCHIA, COMUNITÀ PROFETICA. “È comunità profetica quella parrocchia che scruta tutti i segnali di speranza che Dio semina nella vita delle persone, del territorio, della cultura e del mondo.

Non vive un cristianesimo a semaforo rosso costituito di divieti o offre moralismi o lancia anatemi. Scava invece nella profondità anche delle domande inespresse”. Comunica speranza quella comunità che non si guarda più addosso, ma “si misura con la vita del territorio, le sue dinamiche, le sue politiche. È finito il tempo dello stare indifesa o in apnea”.

Una parrocchia che “scommette sul laicato, come esperienza di popolo e non come somma di incaricati parrocchiali, funzionali alla vita della organizzazione” e, pertanto, “fa crescere un nuovo modello di prete che sa lavorare per la comunione, che dialoga, che ha il coraggio di misurarsi con un laicato maturo”.

È, infine, comunità di speranza, quella parrocchia che “non disprezza la fede dei semplici”, ma “li aiuta a non barattare la speranza con soluzioni rapide, talora magiche” e “offre liturgie capaci di dare speranza, di dire gesti di futuro per tutti, di far incontrare in Gesù la vera salvezza da ogni male”.

(1 luglio 2005)