Dove vanno le istituzioni?

da Sir 19/2003

“L’eventualità, sempre più probabile, di una prossima guerra in Iraq, qualunque sia l’esito, determinerà un cambiamento dell’ordine internazionale” che “non sarà putroppo” il “nuovo ordine mondiale” auspicato dal Papa. A parlare è padre Michele Simone , vicedirettore di “Civiltà cattolica”, che parte dalla “difficile” situazione internazionale per mettere in guardia da una “realpolitik” intesa come “semplice difesa degli interessi del più forte”. E proprio sul pericolo di un “deficit di democrazia” si confronteranno i partecipanti al primo dei seminari preparatori alla 44a Settimana sociale (Bologna, autunno 2004), in programma a Roma, il 29 marzo, sul tema “Dove vanno le istituzioni?” (cfr. Sir n. 10/2003). Il Sir ha intervistato padre Simone, membro del Comitato scientifico-organizzatore delle Settimane sociali. Sono numerose, intanto, le diocesi che sul territorio stanno organizzando specifiche “settimane sociali” in preparazione all’evento nazionale, che – proprio dall’edizione di quest’anno – prevede uno speciale “collegamento” tra la Settimana nazionale e particolari iniziative “mirate” sul territorio.

A che punto è, in Italia, la riforma delle istituzioni, e quali effetti comporta per la società civile?
“Il dibattito sulle riforme istituzionali, nel nostro Paese, va avanti da più di trent’anni, senza che le forze politiche siano mai riuscite a trovare quel minimo di coesione necessaria per rispondere ai bisogni concreti dei cittadini. Nel primo dei seminari preparatori alla prossima Settimana sociale partiremo da quel poco che si è già fatto, e cioè dalla riforma del titolo V della Costituzione, che ridisegna i rapporti tra i poteri dello Stato ed accentua i contenuti del principio autonomistico, attribuendo nuove competenze alle regioni e agli enti locali, chiamati a un profondo rinnovamento”.
Il federalismo, a suo avviso, può “cambiare il volto” del nostro Paese?
“Anche il federalismo si inserisce nell’ambito della globalizzazione che domina ormai gli scenari di tutto il mondo, e tende a massificare ed uniformare non solo l’economia ma anche le istituzioni, lasciando alle esigenze locali solo ‘nicchie’ di mercato; proprio in reazione a questa tendenza, la ricerca dell’identità sul piano locale è un fenomeno molto forte. Oggi, però, le riforme istituzionali, per essere efficaci, devono tener conto del pieno inserimento dell’Italia nell’Unione Europea: un indebolimento del senso dello Stato, o un’ eccessiva frammentazione dei poteri costituirebbero, in questa prospettiva, dei veri e propri ‘colpi’ al ruolo importante che svolge l’Italia all’interno del processo di integrazione europea. Avvicinare le istituzioni ai cittadini: dovrebbe essere questo, invece, l’obiettivo principale di un ‘sano’ federalismo solidale, capace di valorizzare appieno tutte le ricchezze che vengono dal territorio senza perdere di vista, però, i ‘valori condivisi’ che vengono dall’identità nazionale”.
Il clima politico nostra sembra non saper uscire dall’alto tasso di “conflittualità” interna: che “lezione” può venire, invece, dal modo in cui si fa oggi politica “dal basso”, sul territorio?
“Per affrontare il grande tema delle regole fondamentali su cui si reggono le fondamenta dello Stato, ci vuole un sostanziale accordo tra le forze politiche, mentre oggi è sotto gli occhi di tutti il forte contrasto tra gli schieramenti, che rendono difficile stabilire cosa realmente si possa fare in questa legislatura, in tema di riforme. L’auspicio, naturalmente, è che questo clima di scontro venga continuamente superato: sulle tematiche che riguardano da vicino la vita dei cittadini, il tono del dibattito dovrebbe essere più basso e il livello di qualità più alto. In questo senso, i politici che siedono in Parlamento potrebbero imparare dal territorio, dove il clima di rissa – ad esempio in alcune amministrazioni comunali, provinciali o regionali – è molto meno presente, e la collaborazione in vista del bene comune è senz’altro più estesa”.
Quale contributo possono offrire i cattolici per far cessare quella che il card. Ruini ha definito la “spirale dello scontro”?
“Innanzitutto riscoprire il ‘gusto’ della partecipazione alla politica. Oggi più che mai, infatti, c’è bisogno di una partecipazione democratica intensa, informata e coerente con l’ispirazione evangelica, sul piano nazionale ed europeo. Informarsi, discutere e partecipare è da sempre la ‘vocazione’ dei cattolici, oltre che di tutti coloro che hanno a cuore il ‘bene comune’ del nostro Paese. E’ ai cattolici, tuttavia, che spetta in modo speciale la responsabilità di una ‘azione moderatrice’, di fronte alla politica intesa come semplice difesa degli interessi personali. Già il Convegno di Palermo, nel ’95, raccomandava l’educazione alla politica come una delle priorità per la comunità ecclesiale. La conoscenza della dottrina sociale della Chiesa, in altre parole, dovrebbe entrare nei cammini di formazione e di catechesi, a tutte le età: la morale personale e quella sociale non possono essere separate, e la sfera politica non è mai per il cristiano qualcosa di ‘aggiunto’ al modo in cui ciascuno di noi è chiamato ad incarnare la fede nella storia”.