ASPETTI SCIENTIFICI
Uno dei temi legati ai referendum sulla legge 40/2004 in materia di procreazione assistita, è quello dei limiti alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni, soprattutto in riferimento alle cellule staminali in essi presenti. La possibilità di utilizzare il potere di riprodursi di queste cellule, particolarmente sviluppato negli embrioni, per la cura di malattie come il morbo di Parkinson o l’Alzhemeir in cui vi è la lesione di cellule cerebrali, spinge ad invocarne l’utilizzo senza condizioni. Ma quali sono le controindicazioni di questi metodi di ricerca? Ne esistono di alternativi, più accettabili eticamente? Con quali risultati? Sono alcune delle domande cui ha risposto la conferenza stampa “Le cellule staminali del cordone ombelicale: la via scientificamente percorribile ed eticamente accettabile”, svoltasi il 31 marzo a Roma. UNA VIA ETICAMENTE ACCETTABILE. “Ad oggi le cellule staminali embrionali non hanno dato alcun risultato in termini terapeutici, anzi risultano essere pericolose poiché metterebbero in atto vere e proprie linee tumorali”: è quanto affermato da OLIMPIA TARZIA, segretaria generale del Movimento per la vita italiano e presidente dell’Osservatorio permanente sulle famiglie della Regione Lazio, promotrice della conferenza stampa. E’ la ricerca sulle cellule staminali del cordone ombelicale, invece, secondo la segretaria del Movimento per la vita, la direzione, eticamente accettabile, da imprimere alla ricerca scientifica in questo ambito.
Il perché lo ha spiegato CARLO FEDERICO PERNO, docente di medicina sperimentale presso l’Università di Tor Vergata: “Le cellule staminali provenienti dagli embrioni hanno la capacità di riprodursi e svilupparsi in ogni tipo di tessuto umano e per questo il loro proliferare è difficilmente controllabile e può evolvere in linee tumorali”. Per lo studioso, “le cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale dei neonati e anche quelle presenti negli adulti hanno, invece, un vantaggio ‘biologico’: esse possono riprodursi solo in alcuni tessuti se collocate nel giusto contesto, evitando il pericolo della proliferazione incontrollata e dello sviluppo di linee tumorali”. L’utilizzo delle cellule staminali del cordone ombelicale, è già una realtà ampiamente affermata per la cura di alcune malattie e confortata dai dati clinici. LA CURA CHE NASCE CON LA VITA. “Il trapianto di cellule staminali del sangue del cordone ombelicale per il trattamento di malattie ematologiche ha aggiunto MARIA CRISTINA TIRINDELLI, presidente dell’Associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale (Adisco) del Lazio è ormai uscito dalla fase sperimentale. Dal primo trapianto effettuato in Francia nel 1989, ne sono stati effettuati circa 3 mila in tutto il mondo”. Tutto ciò è reso possibile dall’attività delle Banche pubbliche per la raccolta e la conservazione delle unità di sangue placentare grazie alle quali “quando si renda necessaria, per un paziente in una qualche parte del mondo, è possibile selezionare una determinata unità dalle caratteristiche specifiche e metterla a disposizione attraverso un complesso sistema di rete internazionale”.
La raccolta del sangue dei cordoni ombelicali donati dalle mamme, l’analisi e il trattamento e la conservazione richiedono un “processo scrupoloso regolato da norme di elevata qualità degli standard in uso”. Questo tipo di ricerca ed applicazione comporta dei costi elevati: “Ad oggi nelle Banche pubbliche per la raccolta e conservazione delle unità di sangue placentare sono conservate circa 200 mila unità per applicazioni di trapianto per malattie ematologiche. Conservare per un anno una sola unità ha affermato la presidente dell’Asco Lazio rispondendo al Sir – costa circa 2000 euro”. In materia, “esiste tanto ‘arrembaggio’ da parte di aziende private, ma non nel nostro Paese dove vige una normativa a garanzia della sicurezza dei prodotti ematici che ne consente la raccolta e il trattamento solo da parte dell’autorità pubblica”.
E’necessario, secondo Tirindelli, “che la raccolta delle unità di sangue placentare sia finalizzata; è impossibile conservare tutto il sangue dei cordoni ombelicali e sarebbe inutile farlo nell’ottica di un possibile uso intrafamiliare: è stato calcolato che nell’arco di 20 anni, si renderebbe necessario l’uso di 1 unità su 20 mila. Attualmente il sangue placentare viene conservato solo in relazione a famiglie dove è presente un soggetto con una patologia per la quale sia utile questo tipo di trattamento”. COSTI E BENEFICI. “La ricerca sulle cellule staminali nel cordone ombelicale ha confermato Perno è senz’altro costosa, ma è sempre meno costosa della malattia che si sviluppa in una persona. A fronte di questa realtà, si registra purtroppo un crollo dei finanziamenti per la ricerca e l’emergere di un vero e proprio mercato relativo a tecniche di fecondazione artificiale e uso degli embrioni, nel quale sono coinvolte anche industrie farmaceutiche e cosmetiche”. “Le cellule staminali ha concluso Perna – costituiscono il futuro della ricerca scientifica che, da sempre, deve operare un bilanciamento tra costi e benefici ottenibili: è un costo sostenibile, soprattutto in assenza di risultati definiti, quello di sacrificare un embrione, cioè un essere vivente possiamo discutere se si tratti di uomo o no che però possiede i 46 cromosomi dell’uomo?”.