Scienza e vita
Il feto non sarebbe in grado di percepire dolore durante i primi sei mesi di gestazione, e cioè fino alla 28ma settimana di gravidanza. È quanto risulta da uno studio pubblicato dalla rivista “Jama”, dove alcuni ricercatori californiani sostengono l’inutilità di una anestesia “pre-aborto” (prevista negli Usa in caso di interruzione volontaria di gravidanza dopo la 20ma settimana di gestazione, permessa oltreoceano). Lo studio, pubblicato in questo scorcio di fine agosto, ha riacceso negli Usa, e anche in Italia, il dibattito tra abortisti e antiabortisti. quasi tre mesi dal referendum sulla legge 40 in materia di procreazione medicalmente assistita, il Sir ne ha parlato con MARIA LUISA DI PIETRO, del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma. Feto e dolore: un binomio improprio? “I dati dell’indagine californiana contraddicono studi e ricerche ormai consolidati da anni, che provano che, a parte il dato visivo della ritrazione quando c’è uno stimolo esterno (ad esempio durante un amniocentesi, nel momento in cui in presenza dell’ago il feto tende a sottrarsi ad esso), si registrano variazioni del metabolismo a seguito di stimoli potenzialmente dolorosi, testimoniando così una qualche reazione da parte del feto. Senza contare che il sistema nervoso in generale comincia a svilupparsi abbastanza precocemente, anche se lo sviluppo in maniera definitiva richiede un certo tempo. Non avrebbe alcun senso, quindi, escludere il fatto che il feto provi dolore, anche solo come reazione a uno stimolo avvertito come potenzialmente nocivo”. Cosa c’è, dunque, dietro ad operazioni come quella statunitense? “Dal punto di vista antropologico, il tentativo di ridurre la tutela dell’individuo alla possibilità di essere senziente o meno, di provare o no dolore. È una vecchia teoria funzionalista, per cui una persona esiste soltanto nel momento in cui prova dolore: un essere non senziente, dunque, non esiste come individuo tutelare, e ciò vale per qualunque essere, anche già nato. Il concetto di persona, in questa prospettiva, non è collegato all’essere umano in generale, ma all’individuo umano con determinate qualità e funzioni: se manca una di esse, manca anche un soggetto da tutelare. Dal punto di vista relazionale-psicologico, invece, facendo percepire alla madre che il feto non prova dolore si tenta di convincerla che l’aborto non va ad incidere su un essere umano, in modo da ridurre il senso di responsabilità, o di colpa, da parte della donna”. Un altro tentativo di “depenalizzare” l’aborto… “Senza dubbio è un tentativo di anestetizzare la coscienza, attraverso una manipolazione di quest’ultima, come si è già cercato di fare in un altro campo quello delle prime fasi di inizio della vita nel corso della campagna pre-referendaria. In realtà, invece, l’aborto è sempre una grande ferita per ogni donna, come dimostrano i dati sull’aumento della sindrome post-abortiva, che si può manifestare in modi diversi, anche a distanza di tempo, modificando la capacità di relazione della donna con gli altri, con il proprio partner, con i figli già nati… Con operazioni simili a quella della ricerca citata, si cerca quindi di sminuire la realtà dell’aborto volontario – che è sempre l’uccisione di una vita umana – in nome di una falsa idea di libertà”. Anche in Italia, dopo il referendum, si profila una “battaglia” sulla 194? “È difficile fare previsioni in tale senso, quello che è certo è che al di là del dibattito sulla legge 194 – occorrerebbe una maggiore riflessione su quanto l’aborto sia volontario e quanto indotto dalle circostanze. Spesso l’aborto non è una scelta fatta con lucidità, ma a fronte di una situazione drammatica, di fronte a cui la donna viene lasciata sola con la sua sofferenza. Agire sulla prevenzione, dando aiuti e strumenti alla donna per metterla in condizione di prendere una decisione serena, circostanziata, illuminata, priva di condizionamenti (sociali, culturali, economici, affettivi) significherebbe invece dare ad essa quella libertà e quella dignità che non derivano solo dall’autodeterminazione, ma anche dalla considerazione dei diritti del soggetto più debole, che è il concepito. I risultati del referendum, in questo senso, sono confortanti: il fatto che ci sia stata un’approvazione di un testo di legge che all’articolo 1 dispone che siano tutelati tutti i soggetti interessati, compreso il concepito, dimostra che c’è una percezione collettiva di quest’ultimo come soggetto di diritti. Ora bisogna chiedersi se si fa abbastanza per evitare che oltre 130mila figli ogni anno vengano eliminati, o per impedire tutti quegli infanticidi cui leggiamo nella cronaca anche di questi giorni”.
(02 settembre 2005)