La fede chiede dialogo e rispetto, non divisioni e odi ” “” “
Il percorso culturale e civile di un popolo attraverso i secoli si interseca, con reciproche influenze, con la sua vicenda religiosa. Ne emerge una chiara riprova dalla XXVII settimana europea di studi di Gazzada (Varese), incentrata quest’anno sulla “Storia religiosa di Serbia e Bulgaria”. Dal 30 agosto al 3 settembre si sono confrontati esperti provenienti da numerosi paesi, sotto la regia della Fondazione ambrosiana Paolo VI, cercando specificità e punti di contatto alle origini e nel cammino della fede, anzi delle fedi, nel Balcano centro-meridionale. DAL MEDIOEVO AL DOPO “GUERRA FREDDA”. GERHARD PODSKALSKY, dell’Università di Francoforte sul Meno, ha avvertito che “nascita e rinascita delle chiese balcaniche si devono a uno sviluppo nazionale che comportò una rifondazione e una rivalutazione della chiesa”, rendendo impossibile una scissione tra “storia spirituale e sviluppo secolare”. I numerosi relatori hanno dunque proposto un viaggio attraverso il tempo, segnato da monasteri, arte sacra, testimonianze di santi, fra i quali Cirillo e Metodio, co-patroni d’Europa. In queste aree, a grande prevalenza ortodossa, con forte presenza musulmana e significative minoranze cattoliche, la religione si è dovuta confrontare nell’ultimo millennio con la conquista turca, con le divisioni fra cristiani di differenti confessioni. Non di meno, i tempi recenti hanno visto riemergere i nazionalismi, che spesso hanno usato la fede come ragione e strumento di offesa; il comunismo ha invece negato l’esistenza di Dio, cercando di confinare l’esperienza trascendente nella vita privata. Infine, dopo la caduta della “cortina di ferro”, sono riemersi con prepotenza gli odi interetnici che, ancora una volta, si sono appropriati della religione per armare un popolo contro l’altro. IL “RUOLO PACIFICATORE” DELLE CHIESE. Secondo SANTE GRACIOTTI, dell’Accademia dei Lincei e coordinatore scientifico della settimana europea, per Serbia e Bulgaria si presenta oggi un compito arduo in campo internazionale: “Trovare una collocazione congeniale tra Costantinopoli”, cioè l’Oriente, “Mosca e le potenze occidentali, nello stesso tempo in cui i due paesi devono affrontare il problema di modelli culturali sempre più secolarizzati”. I due paesi “hanno oggi un tratto comune afferma Graciotti -, derivante dalla prospettiva di adesione all’Unione europea”. Mostrano però anche due problemi analoghi: “il rapporto con l’Islam”, radicato in diverse regioni balcaniche, e “il conflitto interreligioso e interetnico tra cattolici e ortodossi, che peraltro interessa maggiormente la Serbia”. Per tale motivo nei Balcani, ancora feriti dai conflitti degli anni ’90, “le chiese sono chiamate a rendere possibile un ruolo apparentemente impossibile: quello della pacificazione”. Uno sforzo che le comunità locali stanno cercano di compiere, non senza fatiche e ritardi. MONASTERI: FEDE E IDENTITÀ CULTURALE. “Il luogo della ‘montagna santa’ nella storia delle chiese ortodosse di Bulgaria e Serbia è molto specifico e anche molto differente per le due nazioni balcaniche. I primi segni della presenza di monaci slavi sul Monte Athos appaiono prima della fine del X secolo”. KYRILL PAVLIKIANOV, docente dell’Università di Sofia, ha parlato della “millenaria tradizione dei monasteri” che caratterizza nel profondo la religiosità dei due paesi oggetto di studio della settimana europea. Pavlikianov ha preso le mosse dalla vicenda del primo monaco di cui si ha traccia, Paolo di Stogoretsi, che “nel 982 mette la sua firma sotto un documento dei cittadini di Hierissos, una piccola città accanto al Monte Athos”. L’analisi dello studioso bulgaro è dunque risalita nei secoli: secondo il relatore, l’evangelizzazione del Balcano meridionale deve molto alla presenza spirituale e liturgica dei monasteri e alla loro attività culturale per formare le identità nazionali. Tra “le chiese ortodosse di Bulgaria e Serbia e il Monte Athos esiste secondo Pavlikianov un vero e proprio cordone ombelicale”. LE “PROVE” CHE RAFFORZANO LA SPIRITUALITÀ. A WILLIAM VEDER, storico dell’Università di Chicago (Usa), era stata affidata una relazione che tratteggiasse i rapporti e le reciproche influenze culturali e religiose tra l’area slava e quella russa. Secondo Veder, “si tratta della più vasta di tutte le altre regioni culturali europee messe insieme”. Il “tratto unificante dell’area è la lingua slavonica e la grafia cirillica dei suoi libri e iscrizioni”. Una comunanza culturale che fa da sfondo al processo di evangelizzazione avviato dal Medioevo, messo a dura prova dalla contesa Roma-Bisanzio, sottoposto al dominio turco, a numerose guerre fino al regime comunista: “prove” che non sono riuscite a sradicare la fede.