cristiani in europa" "
Mons. Giovanni Lajolo sul "ruolo pubblico" dei cristiani” “
La Chiesa e i cristiani devono “esserci” in Europa, perché “il cristianesimo è il solo vero fattore unificante tra i diversi Paesi europei” e “sarebbe una falsificazione politica” voler ridurre la fede ad un fatto “privatistico” o “irrilevante” per la società. A soffermarsi sulle “radici cristiane” come fattore di “unità” e di “coesione sociale” per il nostro Continente è stato mons. Giovanni Lajolo , segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, intervenendo il 9 settembre, a Cracovia, all’apertura della quinta Conferenza internazionale organizzata dalla Pontificia accademia di teologia su “Il ruolo della Chiesa cattolica nel processo dell’integrazione europea”. “La presenza della Chiesa e dei cristiani in Europa deve essere accettata per quello che essa è stata nella storia dell’Europa stessa, è al presente e sarà in futuro”, ha ammonito l’esponente vaticano, ricordando che “nell’Unione europea attuale, su una popolazione di 456.581.000 i cristiani sono 368.870.000 ed i cattolici 262.690.000”. Di qui la necessità di rispondere all’appello “ripetuto” ed “insistente” (ma finora inascoltato) di Giovanni Paolo II, che “sin dall’inizio del suo pontificato” ha esortato l’Europa “ad esser consapevole delle sue radici, vive e vitali” ancora perché “hanno dato frutti preziosissimi nel passato, li danno oggi, dovranno darne in futuro”. Se la Chiesa, ha precisato Lajolo, “è per natura sua diversa da qualsiasi comunità politica”, in quanto “autonoma ed indipendente”, i fedeli cristiani, “in quanto cittadini europei, sono a pieno titolo corresponsabili del configurarsi istituzionale e dell’evoluzione storica del loro Paese e dell’Europa”, e possono “influire” in ambito politico. “COMPETENZA”, “FIEREZZA” E “INTRAPRENDENZA”. Sono questi i tre requisiti indispensabili per il “ruolo pubblico” che i cristiani sono chiamati a svolgere in Europa, un continente in cui essi costituiscono la maggioranza dei cittadini ma “non hanno un peso corrispondente al loro numero negli organi del potere politico, nei mass media e nell’opinione pubblica, né nelle più influenti istituzioni culturali”. Soffermandosi sul “ruolo dei cittadini cristiani per il futuro dell’Europa”, l’esponente vaticano ha fatto notare come “non mancano episodi in cui si fa avvertire che la loro presenza viene tollerata con sufficienza, se non addirittura respinta come non omogenea” alla “cultura secolarista”, o al principio del “politicamente corretto”. Di qui l’importanza, per i cristiani, di proporsi con uno stile improntato alla “competenza”, per “dare ragione della speranza che è in loro” con “quell’atteggiamento dialogico di fondo che deve caratterizzare tutta la vita del cristiano, tanto più in materia sociale”; all'”umile fierezza”, che sa reagire a tutti gli “ismi” senza “soffrire di alcun complesso di inferiorità”; all'”intraprendenza”, che consiste nel “ricercare le vie per far passare il messaggio cristiano”, favorendo “le iniziative volte a dar forza sociale ai veri valori e ad opporsi ai valori illusori”. Un compito, questo ha precisato Lajolo – che spetta in particolare ai “cristiani che svolgono un ruolo pubblico”, ma anche a “tutti cristiani che hanno in mano la forza del voto” e che “non possono lamentare l’incoerenza degli eletti se essi come elettori non sono coerenti”. LIBERTÀ RELIGIOSA E “COESIONE SOCIALE”. “Se la comunità politica è giustamente preoccupata della propria coesione sociale, ciò non può avvenire disconoscendo una realtà profonda dei suoi cittadini: la loro appartenenza religiosa”. Mons. Lajolo ha motivato in questi termini il suo appello alla “tutela della libertà religiosa” dei cittadini europei. Nella Chiesa cattolica, in particolare, “si attua, come in nessun’altra realtà umana, l’unità del tutto nella diversità delle parti”, e proprio perché “si fa spontaneamente fattore di unità tra le diverse nazioni”, la Chiesa invita l’Europa, “ad una maggiore coesione sociale e politica, ma al contempo a respirare ‘a due polmoni’, nel rispetto dell’identità propria delle singole nazioni”. IL “RUOLO PUBBLICO” DEI CRISTIANI IN EUROPA. Tra le “istituzioni” di “grande rilievo pubblico” su cui la Chiesa ha dato e intende continuare a dare il proprio contributo specifico, il relatore ha citato la famiglia fondata sul matrimonio, da “non discriminare imponendo un comune trattamento legislativo a rapporti sociali radicalmente diversi” o con “trappole come la “possibilità di unioni omosessuali sancite dalla legge”, e la biogenetica, che “per essere veramente a servizio dell’uomo non può mai svilupparsi a pregiudizio della sua dignità”. Lajolo ha anche rivendicato il diritto della Chiesa “di avere le proprie scuole e le proprie università”, e ha ricordato la lunga “storia” della comunità ecclesiale a fianco di chi soffre, con le sue istituzioni assistenziali e la recente lotta all’Aids. Un nodo da sciogliere, per la Santa Sede, è quello del rapporto tra il “libero mercato” e lo “stato del benessere” (Welfare State): due estremi tra i quali va cercato, all’interno del magistero della Chiesa in questo ambito, “non un ibrido di carattere pragmatico ma una sintesi fondata sulla natura stessa dell’essere umano, personale e sociale”.