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Che dire delle elezioni del 25 settembre in Polonia, a parte la cruda realtà delle cifre, della vittoria delle destre e dell’annientamento della sinistra? Tutto sembra corrispondere alla regola fatale dell’alternanza, fin dai tempi della caduta del comunismo. Certo, il governo uscente si è screditato con scandali che hanno portato alla luce la corruzione del clan al potere. Ma soprattutto esso non è stato in grado di rispondere alla frustrazioni di una popolazione prostrata in parte da una massiccia disoccupazione e dalle leggi impietose della libera concorrenza. Da questo punto di vista, anche se l’Europa centrale, per le sue fragilità e il suo ritardo di sviluppo, risente più gravemente di alcune caratteristiche proprie, essa non è così lontana dalla situazione generale di un continente in cui le maggioranze si invertono continuamente. È l’effetto dei danni della globalizzazione e dell’impopolarità delle riforme imposte per l’adeguamento. La Polonia non ha smesso di subire la contraddizione che oppone il modello di Solidarnösc, elaborato negli anni della lotta per la liberazione, con la brutalità di un’evoluzione che privilegia il capitalismo finanziario. Ma che cosa può sperare la Polonia quando perfino la potente Germania sembra incapace di adattare il proprio “modello renano”, quello che dopo la guerra era riuscito a realizzare una sintesi tra espansione economica e solidarietà sociale? Non ci sorprendono le difficoltà nella riconciliazione tra la realtà presente e la speranza in una società migliore e più giusta. Il compito della politica si trova all’intersezione tra fatto e diritto, essa non può fare l’impossibile pur non accontentandosi di un governo senza progetti e senza ambizioni. Il cardinale Ratzinger lo ha sottolineato con forza: “La politica è il luogo della ragione; e più precisamente essa non è soltanto il luogo di una ragione tecnica e calcolatrice, ma piuttosto morale, poiché il fine dello Stato, e quindi il fine ultimo di tutta la politica, è di natura morale, cioè la pace e la giustizia”. Sembra che il partito che ha vinto le elezioni in Polonia si sia appropriato della tradizione del cattolicesimo sociale e non sia quindi disposto a cedere ad una razionalità puramente utilitaristica. In questo senso, non possiamo che augurargli una buona riuscita, pur consapevoli dell’estrema difficoltà di una strategia economica le cui “riforme” non opprimano i più deboli. È concesso sperare che la Polonia cattolica sia in grado di definire una via originale, in cui l’espansione capitalista non annienti il progetto di Solidarnösc? Salvare l’anima per questo popolo significa tenere viva la propria fede, ma significa anche trovare le condizioni di una coesistenza in cui il pragmatismo non faccia dimenticare gli imperativi della giustizia. Il cardinale Ratzinger ha sottolineato anche che “la fede non si sostituisce alla ragione e alla ragione politica. Ma essa può contribuire ad evidenziare alcuni valori fondamentali. La fede concretamente vissuta dà loro un tale valore che essi finiscono per donare alla ragione luce e salute”. La Polonia sempre fedele saprà trovare l’equilibrio dinamico di una nuova solidarietà?