Sulle strade della gente

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Una riflessione a tutto campo sul rapporto tra “cittadinanza” e “speranza”, a partire dalla Traccia preparatoria al Convegno ecclesiale nazionale di Verona (16-20 ottobre 2006).

È stata quella offerta da mons. Gianni Ambrosio, membro del Comitato preparatorio e assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in occasione della recente Consulta nazionale dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro.

“Al centro del dibattito – informa mons. PAOLO TARCHI, direttore dello stesso Ufficio Cei – le radici della testimonianza cristiana nel mondo di oggi, che si fonda sulla capacità di aprirsi al futuro fondandosi su una promessa. Ai cristiani è chiesto di fidarsi della Parola, recuperando la dimensione escatologica della speranza e superando il rischio della chiusura nel privato”.

Di qui il legame con il tema della “cittadinanza”, uno dei cinque “ambiti” della testimonianza cristiana indicati dal documento in preparazione all’appuntamento di Verona: e proprio il tema della “cittadinanza”, informa Tarchi, sarà al centro del Convegno annuale dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro, in programma dal 22 al 25 aprile 2006. NARRATORI DI SPERANZA. Il cristiano è “un narratore della speranza”, a partire dalla consapevolezza che “la risurrezione di Gesù, la vita donata con lui e come lui è il fine della persona, il fulcro della società e il motore della storia”.

Per mons. GIANNI AMBROSIO, “il cristiano diventa testimone del Signore vivendo e comunicando il Vangelo con gioia”, in un momento quale quello attuale in cui “la testimonianza cristiana viene percepita come un fatto privato senza rilievo pubblico, limitata ai rapporti gratificanti all’interno di un gruppo, oppure è ridotta ad una semplice proclamazione di valori che non incide sulla vita concreta”.

In questo contesto, è “la vita culturale e sociale l’orizzonte in cui il vissuto quotidiano dei credenti deve lasciarsi plasmare”, attraverso “un cammino di crescita nella fede, di formazione,di purificazione, di responsabilità”.

Sul piano pastorale, per il relatore, “non si tratta anzitutto di proporre ai credenti uno specifico impegno ecclesiale, ma occorre aiutarli a vivere la famiglia, la professione, il servizio, le relazioni sociali, il tempo libero, la crescita culturale, l’attenzione al disagio, come luoghi in cui possibile fare esperienza del Risorto e della sua presenza trasformante”.

“Nel tempo della ragione debole e del disincanto”, se “tutto appare fluido e passeggero, Cristo è saldo e stabile”: nasce da qui, per Ambrosio, la necessità della “sintesi tra contemplazione e impegno” tipica dello stile del cristiano, incarnato in maniera “esemplare”, nel corso dei secoli, da “numerosi testimoni” della fede. DALLE “ILLUSIONI” ALLA “DELUSIONE”: è questo, secondo il relatore, il percorso comune a credenti e non credenti, dopo il crollo delle ideologie. Lo scenario che ne risulta sembra essere quello di una società in cui “non c’è più spazio per il futuro”.

“Le generazioni uscite dalla seconda guerra mondiale – ha sottolineato Ambrosio – dopo aver sperimentato tanti orrori, avevano immaginato che l’umanità non sarebbe più caduta nell’abisso del male. Hanno dovuto invece fare nuovamente l’esperienza di tragedie immani”, come i “vari genocidi”, dal Rwanda alla ex-Jugoslavia, fino al terrorismo internazionale: tutti fenomeni dove “la virulenza del male” sembra aver cancellato “i sogni di una possibile umanità buona”.

DA DOVE RIPARTIRE, ALLORA? Dal chiedersi, ha proposto il relatore, “quanto la dimenticanza delle verità escatologiche,il silenzio sulla vittoria di Cristo sulla morte, il silenzio su ciò che è oltre la morte, ci porti ad essere incapaci di reagire alle delusioni storiche e a far valere la forza,il vigore della speranza”.

Insomma, “il messaggio cristiano non coincide con gli atteggiamenti dei cristiani”, e così “si rischia di tradire” il messaggio cristiano stesso.

Per non farlo, ha ammonito Ambrosio, “dobbiamo riaffermare la prospettiva della trascendenza e così superare il vuoto di prospettive storiche e vincere l’incapacità di reagire al fanatismo, alla rassegnazione”.

Non siamo soli, ha osservato il relatore soffermandosi sui “frammenti positivi di vita” che si possono ancora incontrare oggi, tra le strade di uomini che hanno nonostante tutto una “grande nostalgia di speranza”.

C’è ancora spazio, quindi, per la “ricerca e la costruzione di una civiltà più umana e di un futuro più buono”, perché è la stessa complessità e frammentarietà del mondo attuale a richiedere un “cammino di discernimento”.

Tra le sfide più urgenti, Ambrosio ha citato “il contesto socio-culturale pluralistico e insieme individualizzato, il confronto con i fedeli di altre religioni, il processo di unificazione europea, il cammino di riconciliazione tra le varie famiglie cristiane”.

Il segreto, oggi come sempre, è quello evangelico: guardare la realtà, come Gesù ci “educa” a fare, “con l’occhio semplice che non si aspetta trasformazioni eclatanti, ma sa vedere nelle piccole trasformazioni il fondamento di una speranza grande”.

(28 settembre 2005)