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Comunicare in Europa” “

Si è conclusa nei giorni scorsi a Roma l’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) sul tema “Il Concilio vaticano e l’Europa. Quali indicazioni per l’Europa?”. Anche il tema della comunicazione è stato preso in esame durante i lavori. Pubblichiamo una nota di mons. Peter Henrici , presidente della Ceem (Commissione episcopale europea per i mezzi di comunicazione sociale).La “cultura dei media” sta sempre più diventando la cultura “tout court” del nostro tempo e pone alla Chiesa il doppio compito di evangelizzare coloro che vivono in essa e di essa, quanto la cultura stessa, come peraltro auspicava Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Tre osservazioni potrebbero essere di aiuto. Nella cultura dei media il ruolo delle singole persone è esaltato, sia che si tratti della testimonianza di una persona della strada fino a personalità mediatiche quali Giovanni Paolo II o Madre Teresa. L’essenziale è che le persone siano autentiche e credibili. In secondo luogo, la cultura dei media è una cultura di storie. È dunque urgente riscoprire e valutare il potenziale di storie e di storicità del cristianesimo. Infine, essa è una cultura non soltanto dell’immagine, ma più ancora della musica. Questo fatto, cosa può significare per la pastorale e per la nostra prassi liturgica?Quale potrebbe essere il compito del Ccee e della Ceem nell’evangelizzazione della cultura dei media? Già l’ Aetatis novae aveva sottolineato l’urgenza di elaborare dei piani pastorali per le comunicazioni sociali. E sarebbe da chiedersi se a livello europeo un piano pastorale quadro per le comunicazioni sociali potrebbe essere utile e fattibile. Per di più, evangelizzare una cultura implica aprire in essa uno spazio per i valori cristiani. Da sempre, peraltro, si cerca di inserire nella scena mediatica alcuni media specificamente cattolici, anche se questa soluzione da sola non può bastare; anzi, se fosse l’unico provvedimento, rischierebbe di creare un’isola culturale cattolica.Occorre dunque rivolgere l’attenzione ai grandi mezzi pubblici, cercando di essere presenti in essi ed insistendo sulla salvaguardia del “service public”, come il Ceem non cessa di ripetere. Tale azione pastorale presenta un importante aspetto politico, ma richiede anche due azioni più propriamente culturali: da una parte l’osservazione critica della scena mediatica e la formazione di rispettivi esperti, dall’altra la formazione di operatori competenti e positivamente cristiani da inserire nei mondo dei media pubblici e/o privati non cattolici. A questo livello formativo una cooperazione e uno scambio internazionale potrebbero essere di aiuto. Ecco un compito per il Ccee e per la Ceem.