IL SINODO
L’Adorazione eucaristica non è una pratica religiosa di altri tempi, inadatta all’uomo contemporaneo. Anzi, è in atto una riscoperta di essa, soprattutto da parte dei giovani. Non ha dubbi il cardinal Ruini, che a questo tema ha dedicato nei giorni scorsi il suo intervento al Sinodo dei vescovi: “Nel tempo prolungato e nel silenzio dell’Adorazione le persone sembrano trovare una migliore opportunità di rapporto personale con Cristo e con il Padre”.
I giovani, in questo, insegnano: secondo un’inchiesta fra i teenager romani, non sono pochi coloro che si autodefiniscono “innamorati di Cristo”. Una conferma viene anche dalla Giornata mondiale della gioventù di Colonia, da cui la pratica dell’Adorazione eucaristica ha ricevuto un ulteriore forte impulso. E proprio facendo riferimento all’esperienza della Gmg, il cardinale ha proseguito il suo intervento davanti agli altri padri sinodali, raccontando un’esperienza personale: una sorta di “esperimento involontario” così l’ha definito fatto a Bonn tenendo una catechesi ai giovani pellegrini italiani.
Al termine dell’intervento, seguito con attenzione, le domande dei presenti al cardinale catechista si sono concentrate su un punto: la difficoltà di comprendere la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Il desiderio dei giovani di capire ha molto colpito il cardinal Ruini, che ha raccontato così l’episodio ai confratelli: “Nel dialogo con i giovani ho compreso che alla base della loro difficoltà vi era l’equazione, sia pure non del tutto consapevole, tra ciò che è reale e ciò che è sperimentabile. Ho cercato di far capire che essa è sbagliata, ma sono stati inutili tutti i riferimenti a quegli aspetti della loro vita personale e interiore (intelligenza, volontà, sentimenti) che sono reali ma non puramente fisici”.
Ciò che invece ha avuto successo ed è risultato convincente è stato il riferimento alla realtà di Dio, “come Essere supremamente reale, fonte di ogni altra realtà, e allo stesso tempo non raggiungibile attraverso alcun esperimento fisico”. E così il discorso è proseguito più agevole, allargandosi anche a temi quali la dimensione spirituale dell’uomo e la vita dopo la morte.
Dall’episodio emerge un forte segnale per la pastorale e una difficoltà nella comunicazione della fede all’uomo di oggi. È lo stesso cardinal Ruini a individuarla: “La difficoltà ad aprirsi a delle realtà che non sono sperimentabili ma sono tuttavia pienamente reali”. È un aspetto che riguarda anche chi crede: la fede può esserci ugualmente, ed essere sincera, “ma resta, almeno sotto questo profilo, fragile e vulnerabile”.
È il tipo di razionalità e di cultura prevalente che pone la questione. E, dunque, ha concluso il presidente dei vescovi italiani, “la teologia e la catechesi dovrebbero farsi maggiormente carico di questo genere di problematiche”.
È esperienza comune a quanti curano l’educazione religiosa dei giovani avvertire il senso di inadeguatezza di un linguaggio legato a particolari categorie filosofiche o avulso dalla vita quotidiana.
Non è raro che, dopo una corretta ma chissà quanto compresa esposizione sul valore dell’Adorazione eucaristica, risulti molto più efficace ricorrere al noto aneddoto, che il Curato d’Ars ripeteva spesso, del contadino inginocchiato ogni giorno davanti al tabernacolo. A chi gli domandava: “Che fai qui tutte le mattine?”, lui rispondeva con tutta semplicità: “Io guardo Dio e Dio guarda me”.
È più comprensibile, perché è questo che i giovani cercano e vivono: una fede fatta di gesti semplici, di spazi per la loro interiorità, di stare davanti al Mistero con tutto se stessi, anche fisicamente. Di capire con il cuore, oltre che con la testa. Per questo, come concludeva il cardinal Ruini, non possiamo arrestare lo sforzo di “inculturare” il Vangelo nel mondo d’oggi, compreso quello dei giovani, come Tommaso d’Aquino fece, nel proprio tempo, con gli strumenti della filosofia scolastica.
Dal Sinodo che si sta svolgendo in questi giorni sull’Eucaristia è lecito attendersi un contributo anche in questa direzione.
Ernesto Diaco
(12 ottobre 2005)