IL SINODO
“L’Eucaristia abbatte tutte le barriere culturali e sociali, per fare di tutti coloro che la ricevono una sola Comunità di fede, di speranza e di amore, per incamminarli verso quell’unità che trova il suo modello e la sua perfezione nell’unità della stessa SS.Trinità”.
Con queste parole del card. JOSÉ SARAIVA MARTINS, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, si può riassumere quanto di “ecumenico” sta emergendo nei lavori sinodali. Ospitalità eucaristica, rispetto per la molteplicità delle tradizioni liturgiche, chiarezza nella terminologia. Sono alcuni degli spunti sottolineati dai vescovi durante i loro interventi in aula. Ma al Sinodo si è parlato anche di dialogo interreligioso, soprattutto laddove il vescovo si è fatto portavoce della situazione vissuta dai cristiani nei Paesi a maggioranza musulmana. EUCARISTIA E UNITÀ DEI CRISTIANI. “L’Ut unum sint di Cristo si attua pienamente nell’ Eucaristia”. Lo ha detto il card. Saraiva Martins ricordando ai padri sinodali che le prime comunità cristiane costituivano un “cuore solo e un’anima sola”. “L’Eucaristia, dunque, unendo vitalmente gli uomini a Cristo, li unisce anche tra di loro”. In questo contesto, va sottolineata, “la valenza fortemente ecumenica dell’Eucaristia. Il vero ecumenismo, infatti, non consiste tanto nell’andare noi verso i nostri fratelli separati o nel venire loro verso di noi, bensì nell’andare, noi e loro, sotto la guida dello Spirito, verso Colui che ha voluto rimanere con noi sotto le specie eucaristiche”. INTERCOMUNIONE. È stato mons. SOFRON STEFAN MUDRY, (Ucraina) a proporre ai padri sinodali la questione della partecipazione dei non-cattolici al sacramento dell’Eucaristia. “L’Eucaristia ha detto – non solo esprime l’unità della Chiesa, ma la produce. In quanto elemento costitutivo dell’unità, non può venir dopo; ma deve essere accolto come momento chiave per rendere pratiche le nostre aspirazioni ecumeniche”.
“Di conseguenza, facendo partecipare i non cattolici ortodossi alla comunione, rendiamo reale l’unità fra noi. Così una comune partecipazione alla celebrazione dell’Eucaristia fra cattolici e ortodossi e viceversa potrebbe essere quella luce che ci illumina per realizzare l’anelito dell’unico nostro Signore, Salvatore e Pastore: Ut unum sint”. È stato poi il card. WALTER KASPER, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, a chiarire meglio i termini della questione ricordando quanto aveva scritto in merito Giovanni Paolo II. Secondo Papa Wojtyla, non si trattava di “una pura concessione o eccezione, ma di una possibilità positivamente fondata nella concezione cristiana della persona umana, cioè nell’unicità di ogni persona e nell’unicità di ogni situazione di salvezza”.
È dunque proprio sulla base dell’unicità della persona umana che si fondano i 4 criteri per ammettere un non-cattolico all’Eucaristia: “Un grave motivo, la richiesta spontanea, buona disposizione e manifestazione della fede cattolica circa il Sacramento”. “Personalmente ha detto il card. Kasper – sono convinto che con questi criteri i problemi veramente pastorali possono essere risolti in senso positivo”. CHIAREZZA TEOLOGICA. Anche per il dialogo ecumenico, è importante affermare “con insistenza che Gesù Cristo è realmente presente nel Sacramento dell’Eucaristia” e che “la presenza permanente e sostanziale del Signore nel sacramento non è tipologica o metaforica”.
Lo ha detto mons. CLÉMENT FECTEAU, vescovo di Sainte-Anne-de-la-Pocatière (Canada), secondo il quale è “giusto che si chieda di spiegare la teologia della consacrazione per facilitare il dialogo ecumenico e per renderne più facile la comprensione ai cattolici stessi. Sarebbe anche opportuno chiedere a degli specialisti di sviluppare un linguaggio più consono per la catechesi di questo grande mistero”. RISPETTO DELLA MOLTEPLICITÀ. “La molteplicità delle tradizioni liturgiche e, quindi, delle tradizioni di fede della Chiesa serve a esprimere la ricchezza del mistero di Cristo e del disegno divino della salvezza”. Lo ha detto mons. JOSEPH POWATHIL, arcivescovo di Changanacherry dei Siro-Malabaresi (INDIA). “Pertanto ha aggiunto – il patrimonio di tutte le Chiese deve rimanere completo ed integro e le Chiese devono ritornare a tali tradizioni se si sono allontanate per seguire le vicissitudini dei tempi o le persone”.
Da qui un appello a Benedetto XVI perché “aiuti le Chiese orientali in modo particolare a crescere e a dare una testimonianza più efficace al mondo con una maggiore fedeltà alla loro preziosa eredità. Questo certamente rafforzerà la causa dell’unità dei cristiani e la proclamazione del mistero di Cristo nei tempi attuali”.
(11 ottobre 2005)