IL SINODO
Il mondo con i suoi problemi di ingiustizie sociali, sfruttamento, violazioni dei diritti umani, guerre, terrorismi e sforzi per la pace è presente anche al Sinodo dei vescovi. Alcuni padri sinodali hanno raccontato situazioni poco note all’opinione pubblica e trascurate dai media, come lo sfruttamento delle risorse minerarie e la povertà in Guatemala e in Congo, come i diritti umani violati degli africani che emigrano all’estero e che vedono chiudersi le porte dall’Occidente o impedita la libertà religiosa. E c’è anche un lavoro sotterraneo delle Chiese per la pace: l’esempio più noto è l’Irlanda ma avviene anche in Tanzania e Burundi. Ecco alcune voci e situazioni. PACE. In Irlanda, come ha spiegato SEAN BAPTIST BRADY, arcivescovo di Armagh, la liturgia della Parola e l’omelia hanno contribuito a “trasformare atteggiamenti di collera, vendetta e ritorsione in azioni di riconciliazione, perdono e guarigione”. Addirittura, fa notare l’arcivescovo, “parole della Sacra Scrittura quali giustizia, pace, perdono, sono diventate la “lingua franca” del processo di pace”. E si devono proprio a due uomini di Chiesa (un ex-presidente della Chiesa metodista e un sacerdote redentorista) molti risultati raggiunti, in tempi recenti, per arrivare alla firma dell’atto di disarmo: “Ciò testimonia il potere della Parola, sotto l’azione dello Spirito Santo, di fare nuove tutte le cose”.
Parere condiviso da mons. SEVERINE NIWEMUGIZI, vescovo di Rulenge e presidente della Conferenza episcopale della Tanzania, secondo il quale “la missione evangelizzatrice della Chiesa impone anche di lavorare per la pace”. Una testimonianza sull’importanza dell’Eucaristia nei momenti di conflitto è arrivata anche dal Burundi, dove i cattolici sono il 60% della popolazione, ma che “ha appena conosciuto un tempo di prove, vivendo conflitti tragici tra le diverse comunità etniche del Paese”.
“Le celebrazioni eucaristiche ha raccontato mons. GERVAIS BANSHIMIYUBUSA, vescovo di Ngozi sono rimaste i luoghi privilegiati dove le persone di diverse etnie potevano incontrarsi per pregare la loro riconciliazione”. Un forte appello per la pace in Terra Santa è venuto dal Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti (Siria) mons. GREGOIRE III LAHAM: “È la chiave della pace nel Vicino Oriente e nel mondo intero”. DIRITTI UMANI E MIGRAZIONI. In tema di diritto alla libertà religiosa mons. BERHANEYESUS DEMEREW SOURAPHIEL, arcivescovo metropolita di Addis Abeba, ha denunciato il problema dei molti cristiani dell’Eritrea e dell’Etiopia che vivono e lavorano nei Paesi musulmani. Molti di loro centinaia di migliaia – sono costretti a fuggire a causa della guerra, della povertà e della carestia, e vanno a lavorare in Arabia Saudita, Yemen e in altri Paesi del Golfo Persico, soprattutto come baby sitter o colf.
“Prima di andare a lavorare in questi Paesi musulmani ha fatto notare l’arcivescovo essi sono costretti a cambiare il nome cristiano in un nome musulmano. In particolare le donne sono costrette a vestire secondo i costumi musulmani. Una volta giunti a destinazione, vengono tolti loro i passaporti e fatti oggetto di ogni tipo di abuso ed oppressione. In questa situazione, molti sono costretti a farsi musulmani”. Per questo chiede agli altri padri sinodali “di estendere la loro cura pastorale a questi cristiani”, mentre ai governi musulmani “di rispettare la libertà religiosa dei cristiani”.
Mons. Souraphiel ha ricordato anche tutti i cristiani africani che migrano a casa della povertà, molti “muoiono attraversando il deserto del Sahara o annegano nel Mediterraneo nei tentativi di raggiungere le nazioni cristiane dell’Europa o dell’America”. POVERTÀ E INGIUSTIZIE SOCIALI. “C’è fallimento e scontento nel mondo odierno di fronte al fallimento delle speranze dell’uomo riguardo all’ambiente e alla povertà estrema”: lo ha sottolineato mons. PEDRO RICARDO BARRETO JIMENO, arcivescovo di Huancayo (Perù), invocando sui temi ambientali “una conversione ecologica”, visto che il “cambiamento climatico rappresenta una seria minaccia per la pace nel mondo”.
La causa indigena è arrivata al Sinodo per voce di mons. JOSÉ AGUSTIN GANZA GARCÌA, vescovo prelato di Bocas del Toro (Panama). Nella sola America latina e Caraibi, ha ricordato, vivono almeno 50 milioni di indigeni appartenenti a 500 diverse etnie. Nella sua prelatura vivono 4 popoli indigeni che rappresentano il 60% della popolazione. “È evidente che le popolazioni indigene si trovano in differenti situazioni di sviluppo umano e religioso ha fatto notare ma tutti concordano nelle aspirazioni all’inculturazione della liturgia della celebrazione eucaristica”.
(10 ottobre 2005)