I “confini” della comunità

IL SINODO

La presenza di seguaci di altre fedi religiose alle celebrazioni eucaristiche in Paesi come l’India e le difficoltà vissute dai cristiani nei Paesi a maggioranza musulmana. Sono questi i due “nodi” principali emersi durante il Sinodo dei vescovi e testimoniati da chi in quelle nazioni del mondo guida piccole ma vive comunità cattoliche in contesti di minoranza. NEI PAESI ARABI. “Molti cristiani dell’Eritrea e dell’Etiopia – ha raccontato mons. BERHANEYESUS SOURAPHIEL, arcivescovo metropolita di Addis Abeba e presidente della Conferenza episcopale – lavorano e vivono in Paesi musulmani. Si tratta soprattutto di cristiani delle Chiese ortodosse Tewahdo dell’Etiopia e dell’Eritrea. Lavorano in quei Paesi soprattutto come domestici o come baby-sitter e badanti per gli anziani.

Non ho sotto mano le statistiche sul numero di questi cristiani che si trovano in Arabia Saudita, nello Yemen, negli Stati del Golfo e in altri Paesi di maggioranza musulmana. Sono centinaia di migliaia. Solo a Beirut lavorano oltre 20mila etiopi. Siamo grati alla Caritas del Libano per l’aiuto che offre a questi cristiani. Prima di andare a lavorare in questi Paesi musulmani, essi sono costretti a cambiare il nome cristiano in un nome musulmano e, in particolare, le donne, a vestire secondo i costumi musulmani. Una volta giunti alle loro destinazioni, vengono loro tolti i passaporti e sono fatti oggetto di ogni tipo di abuso e oppressione. In questa situazione, molti sono costretti a farsi musulmani”. MATRIMONI MISTI. A sollevare i problemi dei matrimoni islamo-cristiani è il vescovo di Niamey (Niger), mons. MICHEL CHRISTIAN CARTATEGUY. “Viviamo in una regione a maggioranza musulmana. I cristiani rappresentano appena l’1% della popolazione”. In questo contesto, è dunque normale che i matrimoni tra cristiani e musulmani siano frequenti ma queste unioni provocano una serie di problemi. Innanzitutto “le donne cristiane che si sposano con i musulmani sono spesso escluse sia dalla comunità musulmana che da quella cristiana”.

Una donna cristiana che si unisce ad un uomo musulmano infatti “non può ricevere il sacramento del matrimonio”, perché le viene impedito. Questo impedimento la “esclude dalla comunione sacramentale” e “come cristiana questa donna è esclusa dalla comunità musulmana fino a che non si converte all’Islam”.

Il vescovo ha quindi chiesto all’assise sinodale se non sia possibile sulla base della “comunione spirituale” accogliere “queste donne nella comunione ecclesiale”. “In situazioni di marginalità e fragilità nella quale si trovano le nostre donne cristiane, siamo convinti che l’Eucaristia possa apportare un riconoscimento importante”. EUCARISTIA E FEDELI DI ALTRE RELIGIONI. Molti gli interrogativi posti ai padri sinodali da mons. DOMINIC JALA, arcivescovo di Shillong (India). “Nei contesti multireligiosi, la comunità riunita per l’Eucaristia spesso non è composta solo da cattolici. La presenza dei seguaci di altre fedi pone seri interrogativi alla nostra ecclesiologia eucaristica, specialmente in India. Che posto occupano queste persone rispetto alla nostra comunità di fede? Fino a che punto può estendersi una comunità eucaristica?

Se il sacrificio della comunione viene celebrato per la salvezza di tutti, qual è il rapporto tra la comunità eucaristica cristiana e gli altri? La fede e la disciplina della Chiesa ammettono alla comunione solo quanti condividono la fede e professano la stessa fede eucaristica.

Né sembra appropriato distribuire altri doni durante la comunione dei fedeli, per non confondere il significato della comunione eucaristica. Rimane la sfida di trovare dei modi per mostrare qualche segno di ospitalità eucaristica ai membri delle altre fedi”.

(13 ottobre 2005)