IL SINODO
La “dottrina eucaristica” va “offerta ai non cristiani nella sua integrale verità, senza cedere alle mode culturali che porterebbero a quella deriva ermeneutica per la quale l’Eucaristia perderebbe la sua dimensione mistica-reale e diventerebbe una variante di quella antropologica culturale che relativizza la stessa persona di Gesù Cristo”. L’ammonimento è venuto dal card. CRESCENZIO SEPE, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, che intervenendo il 10 ottobre all’undicesima Congregazione generale ha fatto notare che “oggi sono circa 5 miliardi le persone che non conoscono Gesù Cristo.
La Chiesa ha il diritto e dovere di portare anche a loro il pane della vita e il calice della salvezza”. E al tema dell'”inculturazione”, a partire dalle celebrazioni liturgiche, sono stati dedicati molti interventi sinodali dei vescovi africani: quasi una “preparazione” al prossimo Sinodo speciale per l’Africa, già annunciato da Benedetto XVI. NO AD “ABUSI” O “DEVIAZIONI”. Mons. THARCISSE TSHIBANGU, vescovo di Mbujimayi (Repubblica democratica del Congo), intervenendo all’undicesima Congregazione generale del 10 ottobre ha evidenziato “la necessità di valutare l’evoluzione della pratica” dell’Eucaristia, “evitando deviazioni, più o meno gravi e preoccupanti”, e ha suggerito alcuni temi per il prossimo Sinodo speciale per l’Africa, tra cui: “Inculturazione del culto divino e della liturgia”, rapporto tra “mondializzazione” e missione della Chiesa, solidarietà interecclesiale e “scambi reciproci”, sviluppo globale dell’Africa e impegni della Chiesa”. I “FALSI ALLARMISMI” E LA “BELLEZZA” DELLE LITURGIE. “Errori, esagerazioni e sperimentazioni azzardate”, su cui l’ Instrumentum laboris “esprime cautela, prudenza e talvolta manifesta ansietà, non devono causare falsi allarmismi”. Ne è convinto mons. JOHN OLORUNFEMI ONAIYEKAN, arcivescovo di Abuja e presidente della Conferenza episcopale della Nigeria, secondo il quale “l’Eucaristia merita – e sta ricevendo – il meglio delle nostre culture”, come dimostrano le “bellissime celebrazioni eucaristiche” che in Africa “hanno approfondito la fede della gente, migliorato la qualità della partecipazione, intensificato l’amore per il sacerdozio, infuso gioia e speranza in mezzo allo scoraggiamento e alla disperazione, incentivato i rapporti ecumenici”.
“Non avremo molto da offrire in termini di maestose architetture di cattedrali come quelle europee o di splendidi dipinti quali quelli di Michelangelo o Leonardo da Vinci”, ha esclamato il vescovo il 10 ottobre, durante l’undicesima Congregazione generale: “Ma quanto abbiamo, siamo felici di donarlo: i nostri canti e le nostre poesie, il rullo dei nostri tamburi e i ritmi delle nostre danze”. TEOLOGIA DELLA BELLEZZA. Nell’undicesima Congregazione generale del Sinodo (10 ottobre), un invito a evitare “tendenze nostalgiche”, ad esempio tornando al Canto gregoriano o al latino, è giunto da mons. GEORGE COSMAS ZUMARE LUNGU, vescovo di Chinata (Zambia), che ha chiesto di “avviare una riflessione pastorale sulla teologia della bellezza”.
A fornire, sempre il 10 ottobre, indicazioni sull’atto di adorazione eucaristica, che per non suscitare “timore e disperazione” deve essere “accompagnato da una sensazione di meraviglia e stupore”, è stato infine mons. MENGHISTEAB TESFAMARIAN, vescovo di Asmara (Eritrea). LA SFIDA DELLE SÉTTE. Mons. LOUIS SANZ HINOJOSA, arcivescovo titolare di Giunca di Mauritania e di Cochabamba (Bolivia), ha lamentato che “il popolo aumenta e i sacerdoti diminuiscono”, mentre “le sétte crescono”.
Dello stesso avviso mons. FRANCOIS-XAVIER YOMBANDJE, vescovo di Bossangoa e presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Centroafricana, che durante la dodicesima Congregazione generale del 10 ottobre ha messo l’accento sulla situazione di coloro che non possono ricevere la comunione, la cui “esclusione” dalla comunità cristiana diventa facilmente ricettacolo di altre offerte religiose: “Le sétte ha fatto notare il presule cercano sempre tra i nostri migliori cristiani in difficoltà di vita i loro adepti futuri. È forse il tempo di pensare ad un cammino pastorale che li preservi dall’irreparabile”.
Altra situazione particolare di cui nel rapporto tra fede e cultura occorre prestare attenzione, in Africa, è quella dei “matrimoni poligami”, a cui ha accennato mons. LEWIS ZEIGLER, vescovo di Gbarnga e presidente della Conferenza episcopale della Liberia. PER UNA “SOCIETÀ GIUSTA”. “Dovremmo insistere nella catechesi sul legame tra Eucaristia e costruzione di una società giusta, attraverso la personale responsabilità di ognuno nella partecipazione attiva alla missione della Chiesa nel mondo”. Lo ha detto mons. GABRIEL MBILINGI, vescovo di Lwena, in Angola, intervenendo alla tredicesima Congregazione generale dell’11 ottobre.
(13 ottobre 2005)