La voce dei laici

IL SINODO

L’arte del celebrare, il valore dell’adorazione eucaristica, la formazione e la spiritualità del sacerdote, l’inculturazione della liturgia. Scorrendo l’elenco dei temi sollevati dagli interventi al Sinodo dei vescovi, potrebbe sembrare che ai laici sia stato dedicato poco spazio. O magari che essi siano stati citati per la necessità di educarli alla fede nell’Eucaristia o in relazione a problematiche particolari, quali le situazioni matrimoniali cosiddette irregolari.

Non è così. Sia perché i laici non sono, in prima battuta, una categoria destinataria di messaggi o un tema da trattare. Sia perché in molti interventi dei padri sinodali si è guardato all’Eucaristia dalla prospettiva di una Chiesa popolo di Dio, comprendente vocazioni e carismi differenti, che riceve in dono il corpo di Cristo e ne è debitrice verso tutti.

Al Sinodo, in queste settimane, non si è parlato solo di aspetti inerenti la celebrazione della Messa. Si è parlato soprattutto di Chiesa.

Una Chiesa sparsa nei cinque continenti e in movimento fra di essi, radicata nelle culture e non spettatrice davanti alle grandi trasformazioni; una comunità ricca della sua pluralità e nella quale l’Eucaristia si offre come centro di unificazione e punto di convergenza della vita di tutti. Si è vista una Chiesa intenta a riscoprire il legame profondo tra il mistero eucaristico e le circostanze della vita di ogni giorno, a partire dalle relazioni fraterne fino a comprendere l’intera creazione.

Una Chiesa dove le persone, soprattutto i giovani, si sentono a casa, si sentono amati e uniti gli uni agli altri. Centri in cui la liturgia parli una lingua viva e sia un’autentica celebrazione di fede che porta all’incontro personale con Gesù. In questa totalità stanno le singole parti, compresi coloro che hanno la vocazione a servire Dio sull’altare del mondo.

Il mondo continua a essere un Paese affamato di pane materiale, ma soprattutto di pane eucaristico, hanno affermato i vescovi del Sud. Una autentica vita eucaristica, infatti, apre gli occhi e il cuore per riconoscere Gesù nei “crocifissi” del nostro tempo. L’Eucaristia è nutrimento dell’anima e sorgente e forza di una presenza cristiana attiva nella società.

Occorrono adoratori che vadano nel mondo, ha ricordato mons. Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme: “L’adorazione, la Messa, la comunione, non sono esercizi di pietà, ma una vita di comunione con la parrocchia e, oltre la parrocchia, con tutta la città o villaggio e con tutto il Paese, per diventare costruttori e non per viverci come dei deboli pieni solo di recriminazioni e lamentele o come una minoranza a caccia di protezione”.

La voce dei laici è entrata in assemblea attraverso molti vescovi, ma anche direttamente, quando gli uditori hanno preso la parola: uomini di cultura, responsabili di movimenti o persone comuni, come la filippina Henrietta de Villa, una “semplice casalinga” – così si è definita – che ha dato dell’Eucaristia una delle definizioni più belle: “Amore che non finisce mai”.

“La spiritualità eucaristica – ha proseguito Zbigniew Nosowski, direttore di un mensile polacco – non significa soltanto assistere alla Messa e adorare il Santo sacramento. Essa copre l’arco dell’intera vita. L’Eucaristia ci dice qualcosa di molto concreto per come ci comportiamo nei nostri matrimoni, nei nostri uffici, nelle nostre cucine… Ci dice: più ti doni agli altri, più troverai te stesso”.

E quando i padri sinodali hanno cercato “persone eucaristiche” da indicare come modelli, è emersa una figura come quella del giovane laico croato Ivan Merz, che mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka, ha definito “una vera scoperta, un’autentica ventata di freschezza, non solo per la Chiesa in Europa”. Il suo segreto? Come Pier Giorgio Frassati, Alberto Marvelli e molti altri, crebbe alla scuola dell’Eucaristia “fino alla pienezza della maturità cristiana”.

Ernesto Diaco

(19 ottobre 2005)