Dall’inizio alla fine

Scienza e vita

“Lo sviluppo della ricerca biologica ha determinato un indubbio progresso per interventi di prevenzione, diagnosi tempestive e terapie. Questi nuovi successi sono però anche correlati ad aspetti normativi che devono essere approfonditi avendo presente i problemi etico-sociali ed etico-economici insiti in tali tematiche”.

Così il presidente del Comitato nazionale per la biosicurezza e la biotecnologia, LEONARDO SANTI, presentando il convegno internazionale di studi “Valore del corpo umano: biotecnologie e brevettabilità del vivente” promosso nei giorni scorsi a Roma dall’Ecsel, il Centro studi per l’etica e il diritto delle scienze della vita e delle nuove tecnologie.

“Tra i diversi aspetti da considerare – si è osservato nel convegno – la legislazione sui brevetti per prodotti con metodiche biotecnologiche è preminente, poiché in questo caso si tratta di stabilire le norme relative a materiali biologici riguardanti il patrimonio genetico di esseri viventi. Il lungo iter di quasi dieci anni per emanare la direttiva europea sui brevetti n.98/44 sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche ne è una chiara dimostrazione, tanto più che non tutti gli Stati membri, tra cui l’Italia, hanno ancora ratificato la decisione assunta dall’Europa”. UNA DIGNITÀ TUTELATA DALLA 44/96. “Tutela del valore del corpo umano, dall’inizio alla fine della vita, poiché tutti gli esseri umani hanno pari dignità indipendentemente dalle fasi di sviluppo”.

Questo secondo LAURA PALAZZANI, direttore del Centro di studi biogiuridici della Lumsa (Libera Università Maria SS.Assunta), la prospettiva in cui si pone la direttiva europea 44/98 sulla protezione legislativa delle invenzioni biotecnologiche, e tale – ha affermato – deve essere la funzione della biogiuridica”.

“La direttiva – ha spiegato Palazzani – esclude la brevettabilità del corpo umano in ogni fase del suo sviluppo, difendendo così il principio della dignità ed integrità dell’uomo. Un principio che deve guidare la riflessione bioetica, “che deve basarsi sulla centralità della persona umana, pur condividendo un senso di responsabilità verso gli esseri viventi animali e vegetali che non devono essere usati arbitrariamente per scopi di ricerca”. Il VALORE DEL CORPO UMANO. “La questione della brevettabilità di biotecnologie sul vivente – pone per Palazzani – una serie di interrogativi filosofici sul valore da riconoscere alla vita e al corpo dell’essere umano.

Le teorie utilitaristiche e liberal libertarie – ha spiegato – ritengono che tale valore sia variabile in base alle diverse fasi di sviluppo. Esse non riconoscono al corpo umano un valore in sé e per sé, ma a seconda delle circostanze, giustificando così la distinzione tra vite umane degne e vite indegne”.

“In base a questa prospettiva – ha spiegato Palazzani- alcune fasi della vita, come quella embrionale, possono essere oggetto di manipolazioni come interventi biotecnologici brevettabili. Una visione – ha affermato – che però pone problemi da un punto di vista filosofico: il corpo umano, infatti, nel suo sviluppo non ha evoluzioni qualitative, ma solo quantitative (diversa complessità cellulare) e quindi, non possiamo stabilire, se non convenzionalmente e quindi con una decisione arbitraria, che alcune fasi hanno una dignità e altre no”. BREVETTI E INTERESSI ECONOMICI. Come declinare il tema della brevettabilità con la questione del profitto economico che si ricava dalla ricerca sul vivente: questo l’aspetto toccato dalla relazione di BRUNO SILVESTRINI, del Comitato nazionale per la bioetica.

“Se è fuori dubbio – ha affermato – che il sistema dei brevetti è stato, e fa tutt’oggi da stimolo alla ricerca farmacologica, è anche vero che ha introdotto una vistosa anomalia. Il problema – ha spiegato – è sorto nel 1800, quando gli scienziati che prima si limitavano a estrarre farmaci da una fonte naturale, hanno cominciato a realizzarli ex novo, sotto forma di molecole artificiali.

Questi farmaci ottenevano un brevetto più forte e ciò ha fatto sì che la novità chimica diventasse il principale obiettivo della ricerca farmaceutica, anche prescindendo dai bisogni del malato. Per cui la proliferazione dei cosiddetti farmaci “me-too” ha sottratto enormi risorse economiche ad altri impieghi potenzialmente utili”.

Quale soluzione?

Per Silvestrini, “bisogna ribadire il principio che la scoperta scientifica, non è brevettabile in sé e per sé, ma in relazione al suo impiego, come prevede anche la direttiva 44/96.

Solo una tale prospettiva può essere un antidoto a quella distorsione intellettuale presente nella cultura occidentale europea che ha portato l’uomo a identificarsi con la sua capacità a creare cose. Noi invece dobbiamo batterci perché si valorizzi la sua capacità di mettersi al servizio degli altri”. (26 ottobre 2005)