DIRITTI UMANI" "

Corte europea: 15 anni” “

Quale nuovo meccanismo di tutela di fronte a profondi cambiamenti?” “

“Di quale meccanismo internazionale di protezione abbiamo bisogno nell’Europa del ventunesimo secolo? Le attuali procedure sono sempre adatte ora che il sistema di tutela dei diritti umani ha acquisito una dimensione paneuropea?”. Pone domande di questo calibro LUZIUS WILDHABER , giurista svizzero, presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Soprattutto negli ultimi 15 anni il lavoro dell’organismo ha subito radicali trasformazioni e nel Palazzo dei diritti dell’uomo si cerca di dare prospettive concrete, di lungo periodo, per la tutela e la promozione dei diritti e delle libertà fondamentali, sanciti dalla Convenzione adottata in seno al Consiglio d’Europa (CdE) nel 1950.UN PO’ DI STORIA. La Convenzione è ritenuta la “realizzazione cardine” del CdE. Essa definisce i diritti che gli Stati membri si impegnano a garantire ai loro cittadini. I 59 articoli della Carta e i protocolli allegati sanciscono, ad esempio, il diritto alla vita (art. 2), la proibizione della tortura (art. 3), la proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4). Ma tutelano anche il diritto alla sicurezza, a un equo processo, il rispetto della vita privata e familiare, la libertà di espressione, di coscienza, di religione. Il protocollo addizionale più conosciuto è forse il sesto, sull’abolizione della pena di morte. Firmata la Convenzione, era stato predisposto un meccanismo di tutela di tali diritti che prevedeva due istituzioni: la Commissione dei diritti dell’uomo (fondata nel 1954), con il compito di verificare il contenuto e l’ammissibilità dei ricorsi, e la Corte (1959), con il compito di pronunciare sentenze sui dossier trasmessi dalla Commissione. Il Comitato dei ministri del CdE doveva invece verificare l’applicazione delle sentenze.DOPO LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO. A partire dal 1989 il Consiglio d’Europa ha ampliato progressivamente i suoi confini, passando da 23 agli attuali 46 Stati membri. Ugualmente la Convenzione è diventata patrimonio di quasi tutto il continente e di 800 milioni di cittadini. Per questa ragione, però, si sono moltiplicati a dismisura i ricorsi alla Corte di Strasburgo (spesso provenienti dagli Stati dell’Est) e i casi sono diventati sempre più complessi. Il crescente carico di lavoro rischiava – e rischia – di bloccare la Corte stessa, tanto che nel 1998 è entrato in vigore il protocollo n. 11, che ha istituito un’unica Corte (pur con suddivisioni organizzative al suo interno) con l’intento di “rafforzare l’efficacia degli strumenti di tutela” e rendere più rapidi i procedimenti. La Corte comprende ora tanti giudici quanti sono gli Stati contraenti; per i casi ritenuti “ricevibili” (che sono una minoranza), la Corte tenta dapprima una composizione amichevole, diversamente si pronuncia con una sentenza. Il Comitato dei ministri vigila sull’esecuzione della sentenza, deve accertarsi che siano adottate le misure giuridiche che evitino il ripetersi delle violazioni e verifica che sia eventualmente versato un risarcimento alla parte lesa. NO ALLA TORTURA, Sì ALLA LIBERTÀ DI COSCIENZA. I casi più frequenti riguardano la scomparsa di persone, la tortura o il maltrattamento di detenuti, la privazione arbitraria della libertà, l’espulsione ingiustificata di uno straniero, le discriminazioni verso le categorie sociali meno protette. Tra le sentenze più recenti, a metà novembre ha suscitato dibattito quella con cui la Corte ha ribadito che il divieto imposto in Turchia di portare il velo femminile nelle università “non viola i diritti umani”, ma anzi è una “protezione del sistema democratico”, suscitando dure reazioni del partito islamico al governo.PROBLEMI APERTI. Nel corso del terzo Summit dei capi di Stato e di governo del CdE, svoltosi nel maggio scorso a Varsavia, Wildhaber ha esposto con vigore i problemi operativi della Corte, oberata da 80mila dossier arretrati, ribadendo “la necessità di ratificare al più presto e di rendere operativo il protocollo n. 14”. “Lo scopo di questa riforma – spiega Wildhaber – è di permettere alla Corte di conferire maggiore attenzione ai casi fondati e rilevanti”, rafforzando la sua capacità di ‘filtraggio’ dei ricorsi. In effetti le cifre che riguardano l’organismo sono impressionanti: nel periodo compreso fra il 1° gennaio e il 30 settembre 2005 sono giunti a Strasburgo oltre 33mila ricorsi, ma solo 700 sono stati dichiarati ricevibili. Nei primi nove mesi dell’anno sono stati chiusi 19mila dossier pendenti (contro i 14mila del 2004) e pronunciate 710 sentenze definitive. Luzius Wildhaber spiega: “La Corte non è una istituzione europea fra le altre: essa simbolizza un aspetto fondamentale della cultura giuridica europea”. In mezzo secolo la Corte “ha costituito un insieme coerente di norme nel campo dei diritti dell’uomo, che fa da guida alle autorità e alle giurisdizioni nazionali”. Le tante richieste arretrate non rappresentano però un fallimento della Corte, secondo il suo presidente, bensì “riflettono l’importanza che la Corte ha acquisito nella testa e nel cuore degli europei”.