ITALIA" "
Preti: una ricerca per la 55ª assemblea generale dei vescovi ” “
“I sacerdoti diocesani presenti nelle 16 regioni pastorali italiane sono 32.900; l’età media è di 60 anni; le leve più folte sono quelle che vanno dai 55 agli 81 anni, fascia cui appartiene oltre il 54% dei sacerdoti”. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca “La parabola del clero. Uno sguardo socio-demografico sui sacerdoti diocesani in Italia”, presentata nei giorni scorsi a Roma. Promossa dalla Conferenza episcopale italiana in collaborazione con la Fondazione Giovanni Agnelli e curata dal sociologo Luca Diotallevi con la collaborazione di Stefano Molina, l’indagine studia “il personale religioso della Chiesa cattolica in Italia” si legge nella prefazione, tracciandone anche delle ipotetiche “parabole per i due prossimi decenni”, con riferimenti ad alcuni Paesi europei. La ricerca è stata presentata alla vigilia della 55ª assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, in corso ad Assisi (14-18 novembre), che ha come principali argomenti la riflessione sulla formazione al ministero presbiterale e il rapporto tra Chiesa e mondo della salute. Durante i lavori verrà inoltre fatta memoria, con uno spazio celebrativo ed un messaggio, del 40° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. SACERDOTI STRANIERI. “Nonostante la riduzione intervenuta nel corso dell’ultimo secolo, la densità media del clero in Italia (0,56 sacerdoti ogni 1.000 abitanti) rimane nettamente più elevata di quella di Belgio e Spagna (0,46) e di Francia e Austria (0,31)”. Si tratta, tuttavia, di sacerdoti mediamente anziani (60 anni) e in progressiva diminuzione numerica: “uno scenario di scarso ricambio generazionale” in cui, rileva l’indagine, si sta facendo strada il fenomeno del cosiddetto “clero di importazione”, ovvero dei preti stranieri incardinati in diocesi italiane: all’inizio del 2003 quasi 1.500, il 4,5% del totale dei sacerdoti diocesani, e con un’età media di 44 anni. Con 232 sacerdoti in servizio in Italia, la Polonia è il primo Paese di provenienza, seguita da Zaire, Colombia, India, Francia e Romania. “I meccanismi di riproduzione del clero – commenta la ricerca – sfuggono a qualsiasi tentativo di inquadramento entro i rigidi schemi economici del rapporto tra domanda e offerta di lavoro; ma è altrettanto chiaro che una qualche forma di parallelismo sembra esistere. Il processo di etnicizzazione professionale avviato in alcuni campi genera immagini, stereotipi e aspettative che – secondo l’indagine – inevitabilmente si proiettano anche sull’orizzonte professionale del sacerdote immigrato, e dunque sul clero nel suo insieme”. UN CLERO DIVERSO. “La popolazione sacerdotale in Italia , nonostante l’afflusso regolare di circa 500 nuovi ordinati l’anno, si ridurrà dagli attuali 32.900 preti a circa 28.300 nel 2013 e a 25.400 nel 2023. Una contrazione imputabile prevalentemente all’elevata mortalità che interesserà le leve anziane, oggi piuttosto folte”. È uno dei possibili scenari futuri ipotizzati dagli autori dell’indagine, LUCA DIOTALLEVI e STEFANO MOLINA, che postulano “un clero non solo inferiore di numero, ma diverso per cultura, mentalità, memoria, rispetto a quello che conosciamo oggi”, e “visto il ventaglio di ruoli che nelle organizzazioni ecclesiastiche cattoliche italiane è affidato al clero diocesano, è facile prevedere che fra vent’anni le parrocchie e le curie avranno un aspetto e un modo di funzionare molto diversi da quelli attuali a causa del calo dei sacerdoti disponibili”. Secondo la ricerca “si accentueranno alcune differenze socio-religiose tra le diverse regioni pastorali italiane, tra cui la variabile della crescente presenza di sacerdoti stranieri”, ma, al tempo stesso, “altre differenze, quali le densità regionali del clero, saranno impegnate in un lento processo di convergenza”. AFFRONTARE I CAMBIAMENTI. “I prossimi dieci anni costituiscono per l’Italia una finestra temporale entro cui le organizzazioni ecclesiastiche potranno affrontare le difficoltà” dovute alla diminuzione del clero “non con l’acqua alla gola e sotto la pressione di necessità stringenti”, ma “preparandosi a gestire e non semplicemente a subire le notevolissime novità interne ed esterne”. È quanto si legge nelle conclusioni della ricerca. “Un tempo aggiuntivo” rispetto a Francia e Spagna che, avvertono gli autori dello studio, non deve però trasformarsi “in un alibi per non affrontare attivamente il necessario aggiornamento di istituzioni, organizzazioni, strategie e prassi”. Novità che “vanno affrontate a livello diocesano, interdiocesano, regionale e nazionale”. Secondo l’indagine, “è possibile attenuare gli impatti negativi delle tendenze in atto nel clero diocesano sostenendo la ripresa delle ordinazioni, fenomeno che non è in grado di autosostenersi senza politiche vocazionali e formative”. “L’attenzione alla formazione seminaristica è certamente necessaria, ma pensare che sia sufficiente rappresenterebbe un errore. Punti chiave – conclude la ricerca – appaiono in particolare la parrocchia e le strutture associative”.