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A dieci anni dall’accordo di Dayton” “
Sono trascorsi dieci anni dalla firma dell’accordo di Dayton che il 21 novembre 1995 pose fine al sanguinoso conflitto che sconvolse l’attuale Bosnia-Erzegovina. Una guerra durata quattro anni e segnata da feroci operazioni di “pulizia etnica”. Il nuovo Stato, nato dalla dissoluzione dell’ex Repubblica socialista federativa jugoslava, è oggi diviso in due entità: la Federazione della Bosnia Erzegovina a maggioranza musulmana e la Repubblica Serba a maggioranza ortodossa. La divisione del Paese ha sì fermato la guerra, ma non ha portato una pace giusta e duratura per i tre popoli che vi abitano (bosniaci, serbi e croati). L’attuale ordinamento politico è il risultato di una complessa alchimia istituzionale: esistono infatti tre diverse costituzioni, una per ciascuna delle due entità territoriali e una per l’intero Stato. A garantire l’applicazione dell’accordo è una forza multinazionale Nato comandata da un Alto Rappresentante (attualmente è l’inglese Paddy Ashdown). Si è creata una sovrapposizione di competenze e di leggi che ha come conseguenza la paralisi politica. A farne le spese è soprattutto la minoranza croata; infatti il 67% dei cattolici residenti prima della guerra è stato costretto ad abbandonare il Paese e finora vi ha fatto ritorno solo il 13%. Della situazione così scrive Saverio Clementi, nostro collaboratore, che è stato in Bosnia-Erzegovina nei giorni scorsi. LA POSIZIONE DEI CATTOLICI. Non molto tempo addietro la Conferenza episcopale della Bosnia Erzegovina ha pubblicato un preoccupato documento di denuncia che non risparmia neppure l’operato dei “garanti”. “È molto triste e doloroso scrivono i vescovi – che rappresentanti della comunità internazionale e le forze internazionali incaricate a promuovere la pace giusta, la sicurezza economica del paese e il rispetto dei diritti umani delle libertà civili, vengano visti sempre di più come padroni di un protettorato e come ricercatori dei propri interessi. Ed è ancora più doloroso vedere i nostri politici e le autorità di ogni livello procurare e difendere gli interessi privati e parziali di certi gruppi o partiti, invece di pensare al bene comune e di tutti i popoli”. Monsignor Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka e presidente della Conferenza episcopale, guida da quasi vent’anni una diocesi che pur non avendo subito alcuna battaglia armata sul proprio territorio è stata pesantemente provata dal clima di odio: centinaia di fedeli uccisi nelle loro case e più dei 2/3 fuggiti all’estero; 95% delle chiese distrutte o danneggiate; 6 sacerdoti diocesani, un religioso e una religiosa uccisi. “Molti criminali di guerra denuncia sono ancora in libertà e alcuni svolgono attività politica e occupano importanti cariche pubbliche. Molti altri, veri e propri pescicani o profittatori, hanno una posizione significativa in ambito economico e si arricchiscono ogni giorno sfruttando il processo di privatizzazione dei beni pubblici”. Dei quasi 120mila cattolici che prima della guerra vivevano nella diocesi di Banja Luka ne sono rimasti soltanto 40mila, in prevalenza anziani. Nell’intera Bosnia Erzegovina vivono oggi circa 460mila cattolici rispetto agli 830mila di un tempo. “Durante tutto il tempo della guerra e nel dopoguerra continua mons. Komarica – vescovi e sacerdoti si sono impegnati per la pace ed hanno instancabilmente e premurosamente predicato amore, perdono, riconciliazione, tolleranza e solidarietà tra tutti gli uomini e tra tutte le nazioni e confessioni. Abbiamo voluto e vogliamo dare il nostro contributo alla costruzione di una società fondata sulla giustizia, rispetto dei diritti e della dignità di ogni persona e di ogni popolo”. IL DIALOGO INTERRELIGIOSO. Faticosamente è ripartito anche il dialogo con i rappresentanti della Chiesa ortodossa e della Comunità islamica nel tentativo di ricostruire quella convivenza pacifica e quel clima di tolleranza che per secoli ha caratterizzato i rapporto tra le diverse fedi. Un progetto a cui la Chiesa cattolica attribuisce grande importanza per la rinascita morale del Paese sono i “Centri scolastici per l’Europa”. L’ultimo ha aperto i battenti poche settimane fa proprio a Banja Luka. È frequentato per ora solo da 16 ragazzi (otto cattolici e otto ortodossi), ma rappresenta un significativo seme per far crescere convivenza, tolleranza e rispetto reciproco tra le comunità etniche e religiose. Sempre a Banja Luka opera da alcuni anni un ambulatorio medico gestito dalla Caritas diocesana che garantisce assistenza gratuita a chiunque si presenti. Le diverse componenti etniche e religiose possono dunque diventare una ricchezza perché “la Bosnia-Erzegovina così la descrive Semiha Borovac, la dinamica donna musulmana che da un anno è sindaco di Sarajevo è come un giardino pieno di fiori. Se ne strappiamo uno si rovina tutto. La sua bellezza deriva proprio dalla presenza di questi fiori, nessuno escluso”.