Tempo di profezia

“PERCORSO ITINERANTE”

Meno undici. Sono i mesi che mancano al IV Convegno della Chiesa italiana, cui farà da teatro la città di Verona dal 16 al 20 ottobre 2006. Il conto alla rovescia è iniziato a Palermo, che nei giorni scorsi ha ospitato la prima tappa dell’itinerario nazionale di preparazione.

“Ricorda, racconta, cammina”: questo lo slogan delle quattro giornate di lavoro, significativamente volute nel capoluogo siciliano, a sottolineare la continuità del cammino compiuto in questi anni. Qui si era tenuto, infatti, il terzo appuntamento decennale della Chiesa italiana, nel 1995.

Affidato alla cura della Facoltà teologica di Sicilia, e inserito nelle manifestazioni del Progetto culturale, l’appuntamento palermitano ha messo a fuoco uno dei cinque ambiti della testimonianza indicati dalla Traccia di riflessione verso Verona: quello della trasmissione della fede nel Risorto, speranza del mondo.

Un tema affrontato da vari punti di vista: le provocazioni dell’odierno contesto multiculturale e multireligioso, l’arte come comunicazione della fede, la testimonianza della santità, il rapporto tra religione e laicità dello Stato.

Oltre 300 i partecipanti, una cinquantina i relatori che si sono avvicendati nei luoghi-simbolo della città: la Facoltà di teologia e l’Università, la Cappella palatina e il Duomo di Monreale, l’auditorium del quartiere Ballarò e il Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento regionale.

TRA URGENZE E SEGNALI CONSOLANTI. Mons. GIUSEPPE BETORI, segretario generale della Cei, aprendo i lavori, ha ripercorso il cammino della Chiesa italiana negli ultimi 10 anni. È duplice, per il segretario generale della Cei, l’eredità del Convegno di Palermo: l’assoluto primato della spiritualità e l’urgenza di una Chiesa estroversa, capace di “più coraggiosa presenza nella storia”.

Il Progetto culturale, con al centro la sfida cruciale della “questione antropologica”, è uno dei frutti di questa stagione, di cui è un segno anche l’attenzione crescente verso la famiglia.

“Si tratta – ha spiegato Betori – di un cammino ancora in fieri, che attende di essere maggiormente condiviso”. Se le urgenze che provocano oggi la Chiesa italiana sono quelle dell’iniziazione e dell’educazione alla fede, della “pastorale integrata”, di una parrocchia che vive come “cellula primaria di missione”, il segretario generale della Cei vede anche “segnali nuovi e consolanti”, quali una fioritura di iniziative culturali, la presenza sul fronte delle comunicazioni sociali, e una nuova stagione di convergenza fra le diverse aggregazioni che compongono il laicato cattolico.

Un laicato che – secondo LUIGI ALICI, presidente nazionale dell’Azione Cattolica italiana – è chiamato ora ad un passo avanti, realizzando una “avanguardia profetica” in tutti i campi, compreso quello politico.

VIVERE “COME SE DIO CI FOSSE”. Vivo interesse ha suscitato, sabato 26 novembre, il dialogo tra l’arcivescovo di Monreale, mons. CATALDO NARO, e il presidente del Senato, MARCELLO PERA.

“La storia della laicità è la storia del cristianesimo”, ha esordito Naro. “Essa infatti non è una conquista contro la Chiesa, ma un elemento costitutivo della sua storia”. Citando la lettera A Diogneto, l’arcivescovo ha messo in evidenza come la religione cristiana abbia spezzato l’orizzonte chiuso costituito dalla polis greca.

L’ etsi Deus non daretur, ossia un’organizzazione della società “come se Dio non ci fosse”, principio spesso richiamato oggi, “non significa escludere qualsiasi verità assoluta sull’uomo, ma cercare con libertà dei punti di convergenza. Non si può vivere insieme senza forti convinzioni comuni”.

Ha ragione anche Benedetto XVI a rovesciare la provocazione, invitando a vivere “come se Dio ci fosse”. “Dicendo questo – ha concluso Naro – il Papa invoca la possibilità di un incontro serio fra credenti e non credenti e una vera concezione di laicità”.

RELIGIONE E POLITICA. Una nuova laicità è stata evocata anche dal presidente del Senato. “Sono i laicisti che mettono a rischio lo Stato laico, che è consustanziale al cristianesimo”, ha osservato.

Nel passaggio dallo Stato liberale dell’Ottocento alle democrazie del Ventesimo secolo, lo Stato ha ingigantito la sfera pubblica, invadendo quella privata. E oggi rischia di abbandonare la sua neutralità, “scegliendo una religione particolare, che viene definita religione della ragione, della scienza o della modernità. Ma questa è un’imposizione”. Un tipico esempio di laicismo è la mancata menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea.

“Si nega l’evidenza – ha proseguito Pera – e si finisce per chiudere la religione nel ghetto della soggettività, non consentendole di dire pubblicamente alcunché”. Per il presidente del Senato, “occorre ripensare il fondamento dello Stato laico, conservando la distinzione tra religione e politica, ma rivedendo le funzioni attribuite allo Stato.

È impossibile una politica completamente esente dalla dimensione etica e religiosa”. “Se ripudiamo la nostra tradizione – ha concluso – il risultato è solo la perdita della nostra identità”.

(27 novembre 2005)