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“Se i migranti, particolarmente nei momenti più difficili della loro lunga avventura, si sentono sostenuti e incoraggiati, se trovano accanto a sé qualche narratore della speranza, essi stessi proprio in base alla loro esperienza personale possono fare racconto della speranza che è in loro, riconoscenti a Dio in primo luogo perché, nonostante le tante prove e tentazioni, hanno combattuto la buona battaglia ed hanno conservato la loro fede o l’hanno scoperta per la prima volta; riconoscenti anche perché il più o meno lungo esodo non li ha travolti in alto mare ma ha consentito di approdare a una riva”.
È quanto si legge nel sussidio elaborato dalla Fondazione Migrantes della Cei come base di discussione per i direttori regionali, che si riuniranno a Verona dal 13 al 15 febbraio: una sorta di “rilettura” della Traccia preparatoria al IV Convegno ecclesiale nazionale, in programma a Verona, dal 16 al 20 ottobre, sul tema: “Testimoni di Cristo Risorto, speranza del mondo”. “ESODI BIBLICI” E “MIGRAZIONI FORZATE”. “Se tutto quanto accadde all’antico popolo di Dio è figura e ammonimento per il nuovo popolo di Dio, perché i tanti esodi biblici, come vengono comunemente denominate le odierne migrazioni di massa, non possono richiamarci, alla luce della fede e non della sola fantasia popolare, la Pasqua di Gesù?”.
È la domanda provocatoria con cui si apre il sussidio, in cui si fa notare che “se tanta parte del mondo, da sempre ma particolarmente ai nostri giorni, è soggetta a migrazioni più o meno forzate”, è anche vero che la storia dell’antico popolo dell’Alleanza “è tutta segnata da migrazioni, a cominciare da Abramo fino ai tempi delle grandi deportazioni e della grande diaspora”.
Di qui la necessità di un esame di coscienza, nei confronti di “una mentalità, un modo di parlare e una prassi troppo angusta e provinciale, più paesana che cattolica”.
“C’è il rischio è infatti il grido d’allarme di Migrantes che identifichiamo il nostro essere cristiani con la nostra cultura, lingua e tradizione, con la nostra appartenenza a un gruppo e a strutture e formule troppo ancorate al passato; siamo restii ad accogliere nella nostra pastorale certe novità, anche quando queste novità sono esseri umani in carne e ossa”. LA “SPERANZA” DELLE MIGRAZIONI. Le migrazioni danno “continue occasioni” per quel “racconto della speranza” che sarà uno dei cardini dell’appuntamento di Verona. Ne è convinta la Fondazione Cei, che soffermandosi sul rapporto e dialogo della Chiesa con le diverse culture e religioni fa presente una delle “novità” dell’ecumenismo, i cui interlocutori sono in Italia soprattutto gli ortodossi, che “non sono lontani da noi; sono vicini, nelle nostre diocesi e parrocchie, nelle nostre stesse case.
E sono centinaia di migliaia, anzi rasentano il milione”. Senza contare la presenza dei migranti cattolici nelle nostre parrocchie: “Anch’essi hanno un racconto da fare delle loro esperienze di fede, talora di insospettabile e sorprendente bellezza e tutta la comunità ne sarà arricchita”. ANDARE CONTROCORRENTE. “Un cristiano non può stare a guardare” quando prevale “il clima di indifferenza e di sospetto, la spinta all’emarginazione, il rifiuto e l’ostilità da parte di grande parte dell’opinione pubblica nei confronti del migrante”.
Una delle tesi di fondo del sussidio è che gli esodi attuali, soprattutto di massa, sono frutto, di “fame, povertà, mancanza di giustizia”: tutti “meccanismi perversi”, stigmatizzati da solenni documenti della Chiesa, ma che “continuano a manovrare il grande mondo dell’economia, del commercio, della finanza” e che vanno combattuti in ambito internazionale e nazionale, dicendo “a voce alta” qualcosa di “chiaro” in fatto di “inadeguatezza di leggi e regolamenti su immigrazione e asilo, di un apparato burocratico lento e farraginoso rispetto alle urgenze della gente, di una gestione delle politiche migratorie che sembra andare alla deriva”. I CINQUE AMBITI. Vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione e comunicazione, cittadinanza: in ognuno dei cinque ambiti scelti da “guida” per la riflessione di Verona le migrazioni hanno qualcosa da dire.
“Quando il migrante si legge nel sussidio avverte che nel nuovo ambiente, spesso percepito come freddo e ostile, qualcuno ha occhi benevoli aperti su di lui e sul suo disagio, ha parole e gesti che esprimono il calore dell’amicizia e il sostegno della solidarietà, il vuoto affettivo comincia ad essere compensato e il cuore si apre alla speranza. Cent’anni di emigrazione italiana hanno molto da insegnare in questo campo”.
Quanto alla questione della cittadinanza, la Fondazione Migrantes sottolinea che “è certamente importante avere liberamente accesso alla cittadinanza legale del Paese ospitante, senza indebite spinte e senza ostacoli, come al momento presente avviene in Italia. Più importante però si precisa nel documento è il godimento di quella cittadinanza effettiva che è la partecipazione, alla pari degli autoctoni, dei diritti civili e sociali”.
(13 gennaio 2006)