Luoghi della speranza

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“Oggi di fronte alla duplice tentazione del fondamentalismo o dell’annacquamento religioso”, gli spazi “più concreti per declinare culturalmente la speranza sono ancora le parrocchie”.

Lo ha detto al SIR mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e presidente del Centro di orientamento pastorale (Cop), tracciando un bilancio di quanto emerso dall’VIII simposio teologico-pastorale che si è svolto il 16 gennaio, presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, su “Declinare la speranza cristiana nella cultura del nostro tempo: urgenze, risorse, scommesse”, in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona.

Quattro gli ambiti prescelti per la riflessione: massmedia, scuola e università, famiglia, tradizioni popolari e religiose.

Centralità della parrocchia. Contro un fondamentalismo “che procede solo per affermazioni corrette dal punto di vista dottrinale, ma prive della capacità di diventare vita, o contro un tentativo di annacquamento dell’esperienza credente volto a ridurre la fede a religione civile”, mons. Sigalini afferma che, “pur nei suoi limiti e nella sua esigenza di rinnovamento, la parrocchia rimane centro di divulgazione e di riappropriazione della speranza da parte della gente nell’esistenza quotidiana in famiglia, nel rapporto con il limite, tra la fatica del credere e dell’affidare a Dio la propria vita”.

Per Sigalini, la parrocchia può dunque svolgere “un ruolo strategico per far comprendere che la cultura non è qualcosa di astratto o riservato alle élite, ma piuttosto la concretezza della vita della gente che nella sua quotidianità viene aiutata a sperimentare la speranza cristiana che nasce dall’incontro con il Signore”.

Di qui la centralità dell’Eucaristia: “Perché questa speranza diventi speranza di popolo occorre che la vita della comunità abbia il suo centro nell’Eucaristia e nel giorno del Signore. Maggiore è la comunione all’interno della Chiesa, maggiore è l’esperienza di speranza che si può offrire”.

Quattro ambiti. “Ma che tipo di traduzione culturale possiamo oggi fare dei contenuti classici della speranza cristiana di fronte al risorgente analfabetismo religioso?”, si è chiesto ancora il presidente Cop, spiegando che, nella progettazione del simposio, sono stati individuati “quattro spazi privilegiati in cui questo annuncio potrebbe avvenire e che costituiscono importanti sfide per i credenti: i massmedia, la scuola e l’università, la famiglia, e, siccome questo incontro si è svolto nel Sud del Lazio dove vi è una forte presenza di pietà popolare, abbiamo scelto anche le confraternite come espressione di tradizioni popolari e religiose”.

Per quanto riguarda la scuola, mons. Sigalini afferma che “è possibile riuscire a veicolare i valori cristiani al suo interno, pur nel rispetto di una sana laicità, tramite l’impegno di insegnanti cattolici che utilizzino gli strumenti messi a disposizione dalla riforma, come, ad esempio, la possibilità di elaborare progetti didattici che aprano ai valori evangelici”. L’università, da parte sua, “deve promuovere una scienza rispettosa della dignità della persona umana”.

Di fronte alla difficoltà “di far emergere nel mondo dei media valori profondi e riferimenti al mondo della fede”, occorre “una sempre maggiore professionalità negli operatori cristiani della comunicazione. Necessari la formazione e l’aggiornamento costanti”.

Quanto alla famiglia, ha detto ancora il presidente Cop, “essa deve proclamare con la propria vita il Vangelo della speranza con il dialogo al suo interno, il suo volersi bene, l’educare i figli: il tutto andando alla radice del sacramento del matrimonio”. Mons. Sigalini si è quindi soffermato sul “significativo salto di qualità dalla religiosità alla pietà popolare che le confraternite stanno compiendo.

Un ambito molto importante, soprattutto al Sud del nostro Paese”, ha aggiunto, ricordando “il progetto nazionale in corso volto a confederare tutte le confraternite presenti in Italia (ne fanno già parte 1.800) e a curare la formazione dei confratelli”.

Abbandono allo spirito. Per “declinare la speranza cristiana nella cultura del nostro tempo” occorre “non appiattirsi sui dettami della religione civile” e, più che “inventare forme culturali nuove o più suasive”, bisogna “testimoniare le meraviglie di un amore creduto e sperimentato”, ha affermato, nella sua riflessione introduttiva ai lavori, Giuseppe Bellia, docente di teologia biblica alla Facoltà teologica di Sicilia.

Rilevando “le difficoltà che incontriamo nell’essere un vero segno di speranza per i nostri simili”, Bellia ha parlato di “perniciosa assenza di tensione escatologica dei cristiani”; un “vuoto teologale” che nessuna iniziativa culturale “è in grado di colmare”.

Di qui la necessità di “un abbandono sempre più convinto allo Spirito” per riproporre con coraggio “ad un mondo mondanizzato che il suo travaglio ha un senso e il suo finire un termine: l’appuntamento con Cristo”.

(18 gennaio 2006)