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Occorre cambiare” “

La costruzione dell’unità europea non è certamente un lungo fiume tranquillo. Dal 9 maggio 1950, data della Dichiarazione di Robert Schuman che lanciò il processo che portò dalle prime Comunità all’Unione europea, la storia di questa costruzione è stata costellata da insuccessi, crisi e negoziati senza fine. Eppure, tra sospensioni e nuove accelerazioni, l’Europa non ha smesso di progredire verso la sua unità. La caduta della cortina di ferro avrebbe annunciato nuove prospettive a livello dell’intero continente. Purtroppo oggi, quindici anni dopo la fine del comunismo, la stessa idea d’Europa è in crisi. Abbiamo osservato il difficile ritorno alla democrazia dei Paesi sottomessi a lungo al controllo dell’Unione sovietica; abbiamo notato la mancanza di entusiasmo, troppo spesso anche l’indifferenza occidentale di fronte ai movimenti di liberazione, l’incapacità dei popoli europei ricchi di accogliere i popoli che hanno tanto sofferto per raggiungere la libertà. In un contesto mondiale di paura generalizzata di fronte al terrorismo, alla globalizzazione, alle imponenti migrazioni, le due Europe non sono riuscite a riunirsi se non artificialmente a livello istituzionale. Non sono riuscite a incontrarsi se non per costituire un mercato, non per riunire le due anime dell’Europa. In tale incapacità risiede la crisi dell’idea europeistica che si è rivelata nella scorsa primavera con i risultati negativi dei referendum in Francia e in Olanda. Si tratta di una profonda crisi di identità. Stranamente, il forte sentimento di appartenenza all’Europa che ognuno prova quando viaggia al di fuori dell’Europa, non funziona all’interno dell’Europa. Appena tornato a casa, l’europeo torna spagnolo, italiano o polacco. Peggio ancora, si identifica sempre più nella sua piccola regione. L’evoluzione della Spagna, le tendenze separatiste nel Belgio, gli appelli alla nazione padana in Italia, testimoniano il ritorno di nazionalismi e micronazionalismi. I recenti referendum che hanno negato all’Europa una costituzione, hanno confermato il ritorno delle vecchie paure contro lo straniero, contro l’altro. Alla base di questa crisi, c’è la strana incapacità a definire cosa sia il cittadino europeo e i valori fondamentali sui quali poggia la civiltà europea. Papa Wojtyla aveva capito che non si può avanzare nel futuro senza una chiaro concetto di persona e senza una forte coscienza delle proprie origini. Eppure l’Unione esiste. Tanto è stato fatto. Ma tanto non funziona più. È interessante riprendere gli scritti di coloro che hanno costruito l’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta, per notarne la gioia, l’entusiasmo, la fede nell’avvenire. Erano europei perché vivevano l’Europa come spazio di libertà e solidarietà di fronte al mondo comunista. Occorre cambiare un certo modo di pensare, troppo economicistico e tecnocratico, per restituire il sogno di un’avvenire davvero comune, e gli entusiasmi degli inizi. Senza mai dimenticare che nella storia niente è definitivo. “Non abbiamo fatto l’Europa, abbiamo avuto la guerra”, si diceva nei gruppi europeistici negli anni Cinquanta. La bestia nazionalistica è sempre pronta a svegliarsi con i suoi compagni, l’odio, l’egoismo, l’aggressività. La vecchia Europa sa cosa significa.