DIETRICH BONHOEFFER" "
A cento anni dalla nascita del teologo e pastore protestante impiccato a Flossenburg dai nazisti” “
Dietrich Bonhoeffer nacque a Breslavia il 4 febbraio 1906 da una famiglia dell’alta borghesia berlinese. Studiò teologia a Tubingen e all’Università di Berlino terminando gli studi con la celebre dissertazione “Sanctorum Communio”. Allievo di A. von Harnack, fu pastore nelle parrocchie evangeliche tedesche di Barcellona e Londra. Divenuto libero docente di teologia all’Università di Berlino dal 1932, incominciò la sua opposizione sempre crescente al nazismo. Nel 1933, in una trasmissione radiofonica definì Hitler non un Fürher ma un Verfürher (seduttore). La trasmissione venne subito interrotta. Nel 1936 gli venne vietato l’insegnamento universitario e lasciò Berlino. Durante la guerra partecipò attivamente alla resistenza antinazista. Nel 1943 fu arrestato e imprigionato nel carcere militare di Tegel. Nel 1945, fu deportato a Buchenwald, e poi a Flossenburg, nell’Alto Palatinato, dove venne impiccato il 9 aprile. Le lettere e gli appunti scritti durante la prigionia furono pubblicati postumi sotto il titolo “Resistenza e resa”, opera che gli ha dato maggiore fama. Bonhoeffer aveva pubblicato nel 1931 “Atto ed essere”, nel 1937 “Sequela”, nel 1938 “Vita comunitaria”. Postume apparvero le opere che, secondo l’autore, dovevano costituire il suo contributo maggiore: “Etica” (1949); “Tentazione” (1953); “Il mondo maggiorenne” (1955-66). Pubblichiamo una nota di Cristiana Dobner, carmelitana scalza Quanto più cresce la consapevolezza storica di chi osservi il secolo passato, in tutte le sue dinamiche (politiche, sociali e religiose), tanto più cresce l’ammirazione non per la testimonianza di Dietrich Bonhoeffer. In parole tipiche del lessico cattolico per il suo “martirio”. Come giunse però, se voleva essere uomo di pace e di Cristo, ad aderire alla congiura del 20 luglio? “Se un pazzo (per strada) lanciasse la sua automobile sul marciapiede – egli rispose – come pastore io non potrei accontentarmi di seppellire i morti e di consolare le famiglie. Se io mi trovassi lì, dovrei lanciarmi all’inseguimento del guidatore e strappargli il volante dalle mani”. L’interrogativo di “come” vivere per il Vangelo in una società dai parametri ormai atei o miscredenti, si profilò ben presto nel giovane Bonhoeffer: egli si assume l’impegno concreto nella storia, affrontò il rischio del coinvolgimento quando, intorno a lui, la maturità personale e sociale si acquisiva screditando e abbandonando l’ipotesi Dio. Per Bonhoeffer è la fede che conta, quella che si radica nella vita e elimina ogni intervento di Dio nella storia che assomigli ai tiranti di una marionetta; alla visione pagana di un Dio, risolutore ad ogni costo, Bonhoeffer non fa altro che contrapporre quella cristiana di un Dio che è tanto partecipe della storia da donare la vita del Figlio, del Cristo e la sua morte che, appunto, infonde nuova tonalità alla vita. In Cristo si assume la vita, nella sua totalità: questa è etica cristiana, fondata su Cristo, Dio e Uomo, ed allora la dicotomia scomparirà perché, in una sola mossa Dio e l’uomo sono affermati, perché Egli al centro, in mezzo alla nostra vita. La libertà, di pensiero e di giudizio, del giovane pastore protestante è indipendente da pregiudizi o da prese di posizioni da salvaguardare a tutti i costi, anche a prezzo della verità. Egli tenne un diario nel corso del suo viaggio a Roma: “È gratificante vedere qui tanti volti profondamente compresi, ai quali non si addicono tutte le cose dette contro il cattolicesimo. Sia i bambini che gli adulti si confessano con un fervore sincero che commuove. Non è detto che la confessione porti necessariamente ad una vita piena di scrupoli; anche se questo spesso avviene e avverrà sempre con le persone più austere… Per le persone più semplici è l’unico modo per parlare con Dio, mentre per quelle religiosamente più evolute è la realizzazione dell’idea della Chiesa che trova la sua pienezza nella confessione e nell’assoluzione”. Egli conobbe una progressione, delineata ed espressa dal biografo ed amico Bethge: “A vent’anni Bonhoeffer dice ai teologi: il vostro tema è la chiesa! A trenta dice alla Chiesa: il tuo tema è il mondo! A quaranta, dice al mondo: il tuo tema, che è l’abbandono, è il tema stesso di Dio”. L’essere radicato in Cristo gli consentì di affrontare l’esito del suo martirio, la prigione prima e l’esecuzione poi. Egli stesso si chiese dove potesse trovare la forza per vivere: “Chi sono io? Spesso mi dicono che esco dalla mia cella disteso, lieto e risoluto come un signore dal suo castello. Chi sono io? Spesso mi dicono che parlo alle guardie con libertà, affabilità e chiarezza come spettasse a me di comandare. Chi sono io? Anche mi dicono che sopporto i giorni del dolore imperturbabile, sorridente e fiero come chi è avvezzo alla vittoria. Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione. Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!” Bonhoeffer scrisse alla giovane fidanzata: Dio è con noi alla sera e al mattino e, stanne certa, in ogni nuovo giorno. Nella storia: Dio e uomo insieme, in Gesù Cristo.