RASSEGNA DELLE IDEE" "

Grande e piccola” “

EUROPA: una riflessione nell’ultimo numero di Études” “

Il vero problema dell’Europa non è costituito dal fatto di “non essere una grande potenza civile o militare”, ma piuttosto dalla “sua mancanza di leadership. Dal trattato di Maastricht, l’Europa gira a vuoto e procede per inerzia” e, “a differenza dell’America, non è uno Stato” e “non possiede una visione strategica del proprio futuro”. L’analisi di ZAKI LAÏDI, ricercatore presso il Ceri (Centro studi e ricerche internazionali), è contenuta in un’intervista rilasciata dallo studioso a “Études” (www.revue-etudes.com), la rivista di cultura contemporanea pubblicata dai gesuiti francesi che quest’anno compie 150 anni (1856-2006). Nel numero di gennaio, dedicato all’ importante “compleanno”, Laïdi esamina le cause della “debolezza dell’Europa” e tenta di indicare delle vie d’uscita. LA FORZA DELLE IDEE. “La possibilità che” il vecchio continente diventi “una grande potenza, paragonabile all’America di oggi o alla Cina di domani, mi sembra molto debole”, osserva Laïdi, e ciò, innanzitutto “perché l’Europa non è uno Stato, ma una federazione di Stati-nazione e, di conseguenza, non fa riferimento all’esistenza di un popolo europeo. Ora, fino a quando non esisterà un popolo europeo, non potrà esservi uno Stato europeo e neppure una rappresentazione comune del mondo e delle sue poste in gioco”. Per lo studioso, inoltre, “la maggior parte degli europei, polacchi e baltici inclusi, ritiene che la difesa ultima del proprio territorio non sia di loro competenza, ma spetti alla Nato e, di fatto, agli americani”. Terzo elemento di “debolezza”, “la reticenza ad impiegare la forza e la tendenza a promuovere la norma”, ma la norma, chiarisce Laïdi “non è in contraddizione con lo sviluppo della forza militare” che, a sua volta, da sola non basta. “Gli ultimi quindici anni – precisa infatti – dimostrano che il solo ricorso alla forza non ha risolto alcun problema”. Un esempio per tutti: “il grande avvenimento strategico della fine del XX secolo, il crollo del comunismo, non è stato provocato da una guerra di conquista, ma da un’implosione del sistema”. Le idee, insomma, “si sono rivelate più forti dei missili”. GOVERNANCE E NORME. “Tutto dipende dall’idea che si ha del sistema internazionale – prosegue il ricercatore del Ceri -. Se si è convinti che ciò che conta siano la forza e gli interessi degli Stati, e non piuttosto i valori, le idee, i movimenti d’opinione, allora l’Europa non ha alcun perso. Se si ritiene, viceversa, che i problemi del mondo non siano mai regolati dalla sola forza”, allora “appariranno evidenti le opportunità del vecchio continente”. Questo l’interrogativo posto da Laïdi: “Stiamo andando verso un mondo organizzato e regolato dalle norme – secondo il progetto europeo -, o assistiamo al ritorno della realpolitik con l’aumento del potere di Cina, India e Russia?”. “Gli europei – sottolinea – scommettono sul principio che la norma generalizzata possa governare il mondo; tuttavia non sono sicuro che gli altri grandi Stati condividano questa visione”. “I cinesi, ad esempio, vogliono entrare nella ‘corte dei grandi’ non per far prevalere le norme, ma per difendere i propri interessi”. All’Europa, conclude Laïdi, il compito di “tentare di convincere gli altri ad entrare in un gioco regolato da norme valide per tutti, compresi i più potenti”. VERSO L’ARMONIZZAZIONE. Per Laïdi, inoltre, l’Unione europea è “troppo assorbita dalle proprie questioni interne” per avere “una visione strategica del suo futuro”, e deve fare i conti con “a difficoltà dei sistemi nazionali ad adattarsi alle sollecitazioni della globalizzazione, la tendenza a rinazionalizzare le scelte, la tentazione di vivere l’Europa più come una costrizione che un’occasione”. Per i nuovi Stati membri “l’ingresso nell’Ue – aggiunge – ha rappresentato l’opportunità di ritrovare una sovranità politica minata dall’ideologia sovietica, ma l’idea della condivisione della sovranità, che è il cuore del progetto europeo, non costituisce per loro un’idea che va da sé. Se sono disposti ad ammetterla sul piano economico, non si augurano assolutamente di vederla applicata al campo sociale o diplomatico”. “Più che ad un progetto – prosegue Laïdi -, essi guardano all’Europa come ad un dispositivo che li aiuti rientrare nel gioco delle potenze nazionali del continente”. Uno scenario complesso, quello dell’Europa, nel quale lo studioso inserisce anche “le rivalità franco-britanniche” e la convinzione “degli inglesi, secondo cui l’Europa è ormai troppo piccola per affrontare i problemi globali, e troppo grande per far fronte alle sfide locali”. Ma il messaggio finale di Laïdi è di, seppure cauto, ottimismo: “Nulla è immutabile e appaiono poco convincenti gli atti di morte dell’Europa stilati troppo frettolosamente da alcuni”. Per lo studioso “rimangono problemi e diseguaglianze ma, al tempo stesso vi è anche la vocazione a stemperarli. Credo, ad esempio, che tra dieci anni lo scarto fra le due Europe sarà di gran lunga minore rispetto ad oggi: i fattori di armonizzazione esistono nel continente e – avverte – non bisogna trascurarli”.