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La sincerità ci obbliga” “

Unione europea e Paesi dell’Est” “

Scrivo come vescovo di un Paese che fa parte dell’Ue soltanto da un anno e mezzo. La sincerità ci obbliga a parlare non soltanto delle cose belle, ma anche di quelle vere, che non sempre sono altrettanto belle. Forse la maggior parte degli abitanti d’Ungheria aspettava con entusiasmo l’ora dell’ingresso nell’Unione. Non posso dichiarare con certezza che sia stata la maggior parte, perché prima c’erano stati molti cosiddetti “euroscettici”. La partecipazione al referendum sull’ingresso è stata perciò molto bassa. L’astensione poteva derivare anche dal fatto che il nostro Paese si era liberato poco prima dall’abbraccio ferreo di un’altra Unione (quella Sovietica) non volontariamente scelta. Chi conosceva la dittatura comunista e conosce la sensazione della libertà, capirà da dove nasce e da che cosa si nutre questo sentimento nei Paesi dell’Europa centrale e orientale. La Conferenza episcopale ungherese sollecitava i fedeli alla partecipazione al referendum e al voto in senso positivo. Per questo, infatti, la Conferenza subì molti attacchi da parte di coloro che non erano favorevoli all’ingresso. Questi critici si sentirono confermati e non mancarono di rimproverarlo ai vescovi quando la Costituzione europea si manifestò priva di ogni riferimento al cristianesimo come radice storica d’Europa. È chiaro ad ognuno che sulle rovine della seconda guerra mondiale era morta la vecchia Europa. Ma quella nuova è ancora un po’ troppo a livello dei desideri. Del sogno dei fondatori si è verificata l’integrazione economica, e anche quella con qualche difetto. Non c’è quella comunione/comunità spirituale che potrebbe creare valori comuni per i popoli d’Europa. Eppure la Chiesa cattolica ha già testimoniato e testimonia tuttora che i valori evangelici sono capaci di integrare le nazioni. Secondo la Dichiarazione di Laeken, l’Europa dovrebbe diventare una potenza che intende arginare la globalizzazione in base a principi etici. Ma quali principi etici? La globalizzazione è retta da forze dichiaratamente neutrali riguardo ai valori. E una comunità priva di valori non può essere né eretta, né mantenuta. Il numero dei delusi in Ungheria a causa dell’adesione è aumentato negli ultimi tempi, perché il governo non aveva informato in maniera adeguata sui criteri e le possibili conseguenze dell’ingresso. Ma un problema ancora maggiore è che gli stessi capi del nostro Paese non si erano preparati bene all’adesione, per cui non si è riusciti ad aiutare l’economia ungherese ad usufruire degli eventuali vantaggi provenienti dall’adesione. Tale delusione è cresciuta ancora a causa dell’imposizione ai 10 Paesi candidati, da parte dell’Ue, di condizioni d’adesione mai applicate in precedenza. Per esempio, fissare sovvenzioni all’agricoltura ad un livello molto basso, con tutti i problemi che ne derivano, oppure, la limitazione rigorosa dell’assunzione di lavoro. Una “ciliegina sulla torta”, che l’attuale politica economica – sbagliata – del governo ungherese, ha condotto ad un alto livello di impoverimento, rafforzando la delusione nei confronti dell’Unione. La maggior parte delle persone percepisce il peggioramento della propria sorte come conseguenza negativa dell’adesione all’Unione. Per questa gente, la questione dell’allargamento è priva di interesse, anche se la maggior parte comprende che gioverà se i Paesi vicini saranno membri dell’Unione. Ciò risulta importante, nel caso dell’Ungheria, per i milioni di persone di nazionalità ungherese che vivono nei Paesi limitrofi. Non si illudono però, perché sanno che l’Unione non è stata finora capace di trattare bene la questione delle minoranze nazionali. È fin troppo certo che il problema non potrà essere ignorato nel futuro. Ormai risulta chiaro che l’apertura delle frontiere all’interno dell’Unione non risolverà la problematica complessa rappresentata dalle minoranze nazionali. Chi è dalla parte dell’Unione vede un’occasione storica nell’intenzione di sempre più Stati europei di aderire all’Unione. La maggioranza saluta l’adesione dei Paesi di cultura cristiana come fatto desiderabile e fausto, ma ha invece paura dell’adesione di Paesi di cultura islamica. Sono preoccupati dell’eventuale accentuazione di quelle tensioni che in alcuni Paesi dell’Europa occidentale si sono scatenate con forza. Vorrei però evidenziare anche ciò che è bello. Dal punto di vista della storia ungherese, la realizzazione più ampia possibile dell’Unione europea significherebbe il compimento delle intenzioni di Santo Stefano d’Ungheria. Vediamo nell’unione volontaria di Paesi liberi un’occasione, per i diversi popoli e per le minoranze nazionali, di rinforzarsi nella propria eredità culturale. Questa è l’unica via, nelle condizioni economiche odierne, di poter crescere e convivere pacificamente. Perciò deve affermarsi più intensamente il principio di solidarietà, e va evitata ogni ambizione di egemonia. Visto dall’Ungheria, i cristiani spesso hanno l’impressione che nella legislazione e nella direzione dell’Unione europea prevalga una minoranza anticristiana. Certo, può aver contribuito anche la nostra testimonianza debole. Quanto sarebbe desiderabile per l’Europa che si verificasse il detto saggio e sempre valido di Sant’Agostino: “Unità nelle cose necessarie, libertà nei dubbi, e in tutto l’amore”.