UMBRIA

Una provocazione

La proposta di legge regionale sulla "Disciplina delle unioni di fatto"

Da lunedì 6 febbraio è all’esame della Commissione politiche sociali del Consiglio regionale dell’Umbria la proposta di legge sulla “Disciplina delle unioni di fatto” firmata da Sdi, Ds, Rc, Comunisti Italiani. Si tratta di un testo di sedici articoli nei quali si definiscono i diritti dei conviventi che scelgano di “stipulare un accordo” che abbia “la finalità di organizzare la loro vita in comune e costituire una unione di fatto”.Uniche condizioni che siano “due persone maggiorenni, non unite in matrimonio tra loro o con altre persone” e che non abbiano già altri accordi in essere. L’accordo va presentato all’ufficiale di stato civile che “verificata la volontà delle parti” lo annota nel registro dello stato civile.Per lo “scioglimento dell’unione di fatto” è sufficiente la volontà di uno dei due contraenti che ne fa richiesta là dove l’accordo è stato registrato. Sono richiesti almeno due mesi di attesa perché siano convocati dall’ufficiale di stato civile per la conferma della loro (o sua, se è solo) volontà di porre fine all’unione di fatto. Se uno, o entrambi, non si presentano alla convocazione senza giustificato motivo agli assenti è inflitta sanzione amministrativa di 1.000 euro.La proposta di legge interviene in materia di successione, diritto all’abitazione, lavoro e previdenza, assistenza e decisioni in caso di morte, accesso ai servizi, norme penali, successione dei figli.Squalificazione del matrimonio. La proposta di legge pare essere “un cavallo di Troia per far passare in maniera surrettizia quello che non riesce a passare alla luce del sole perché c’è una opinione pubblica generalizzata che è ostile al riconoscimento delle unioni omosessuali”.È il commento di mons. Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia – Città della Pieve, presidente della Conferenza episcopale umbra e vicepresidente della Cei. “Di fatto – ha aggiunto – la proposta è una squalificazione del matrimonio tra un uomo e una donna così come previsto dalla Costituzione italiana ed è anche, nel suo minuzioso articolato, una sorta di mina devastante per la famiglia generatrice ed educatrice di vita umana, nucleo portante della società”.In nome della ragione. Mons. Chiaretti sottolinea che la Chiesa difende la famiglia come dato di principio e di natura “non in nome della sua fede ma in nome della ragione, per portare il suo contributo etico”. Non si tratta di difendere con le leggi una visione religiosa del matrimonio.”La legislazione deve invece entrare nell’ambito del bene comune che è l’ambito della difesa del matrimonio tra un uomo e una donna per dare vita ad una famiglia che sia generatrice e, quindi, educatrice di vita in maniera che sia vita pienamente umana, responsabile, consapevole e socializzata e, pertanto, fattore di civilizzazione e di umanizzazione”. “Bisognerà – aggiunge – che ci sia anche questo ascolto della voce della Chiesa che parla proprio perché la società possa essere aiutata in questo suo cammino. Diversamente quello che sembra un progresso diventerà un regresso, un’involuzione”.Una provocazione. Ha il sapore della provocazione la proposta di legge sulle “Disciplina delle unioni di fatto” presentata, il 6 febbraio, in Consiglio regionale. La legge così formulata, infatti, potrebbe entrare in conflitto con le leggi statali. Eliana Petrozzi, presidente dell’Unione di Perugia dei giuristi cattolici e del Forum per le famiglie, ritiene che più d’uno dei 16 articoli sia a rischio poiché tratta di materie riservate alla legge dello Stato come le successioni, il lavoro, la previdenza, le norme penali. Per altri articoli vi sarebbe una “ripetizione di diritti che già la normativa vigente riconosce” per esempio quando si tratta dei figli o del subentro del convivente nei contratti d’affitto.E i doveri? La vera novità, commenta Petrozzi, “potrebbe essere in quegli articoli che equiparano la convivenza al nucleo familiare e il convivente al coniuge per quanto riguarda le facilitazioni, i contributi e le modalità di accesso ad alcuni servizi pubblici, oppure la concessione di mutui a interesse agevolato o altre agevolazioni per l’acquisto della prima casa o l’accesso all’edilizia popolare”.Infine – ma non da ultimo – l’articolo 1 tradisce la volontà di “andare oltre la regolamentazione delle convivenze tra uomo e donna, per aprire alle coppie omosessuali”, in quanto nulla viene specificato in relazione al sesso dei contraenti. “Praticamente – commenta Petrozzi – non c’è differenza tra matrimonio e convivenza. I conviventi sono come coniugi con tanti diritti, ma i doveri dove sono?”. (10 febbraio 2006)