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Un "pozzo" di solidarietà” “

L’impegno delle grandi religioni contro fame e povertà” “

“Fame e povertà – Le soluzioni offerte dalle religioni” è stato il tema di un simposio che si è svolto nei giorni scorsi ad Istanbul, promosso dalla Piattaforma del dialogo interculturale. All’incontro hanno partecipato numerosi rappresentanti di organizzazioni umanitarie e caritative laiche presenti nel Paese ma anche legate ad ambienti religiosi. L’iniziativa fa seguito a quella dello scorso anno che aveva come tema “Dal terrorismo all’etica universale: religioni e pace”. “Nel mondo – ha detto nella relazione introduttiva l’economista sudafricano Francis Wilson – ci sono milioni di persone che non hanno accesso a quantità di cibo sufficiente per vivere. Nel 1994 erano circa 700 milioni. Dieci anni fa erano 180 milioni i bambini che, prima di andare a scuola, perdevano la vista a causa della mancanza di vitamina A. Sappiamo anche che la terra produce cibo a sufficienza per tutti, ma l’accesso è governato dal guadagno”. LA FORZA DELLA FEDE. Passando in rassegna la situazione del suo paese, il Sud Africa, Francis Wilson ha preso lo spunto per allargare lo sguardo ad una realtà più globale: “la povertà e la fame – ha detto – hanno molte facce. Quelle dell’incertezza, della depressione, della mancanza di acqua potabile, di lavoro e di case. La causa della povertà e della fame è la mancanza di pace, la guerra. È mancanza di mercato: ciò che produci non puoi venderlo, anche a causa del protezionismo europeo”. Per fronteggiare questa situazione Wilson ha suggerito diverse strategie, prima fra tutte una “mappatura dei bisogni che nascono da fame e povertà. A livello internazionale ci sono istituzioni come l’Unicef molto attive. C’è molto da fare per far conoscere al mondo le situazioni di povertà e di fame. Ma la prima lezione da sapere è che innanzitutto c’è bisogno di pace e di ordine nei Paesi”. Nel mondo, ha concluso, “ci sono idee bellissime che possono essere utilizzate per far fronte a queste sfide, ma servono conoscenze e comunicazione. C’è un’energia particolare che proviene dalla fede delle persone e che le motiva a favore del bene, e questa energia va usata perché anche il più povero possa dire ‘io sono un essere umano, io posso trasformare la mia vita’. Le organizzazioni religiose devono crescere di forza e di numero perché possono fare molto, la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, gli organismi ebraici e cristiani. Possono fare pressione sui governi affinché il commercio e soprattutto il mercato sia equo e sostenibile e l’emigrazione regolata da leggi più flessibili… Il mondo si divide in ricchi e poveri e molto dobbiamo e possiamo fare per cambiarlo in meglio”. Dello stesso parere anche il teologo Ali Erbas dell’università turca Sakarya per il quale “la causa della povertà risiede nella mancata distribuzione delle risorse e dei benefici. C’è bisogno di volontà politiche chiare per evitare che il ricco diventi più ricco e il povero sempre più povero”. Il contributo delle religioni. “Siamo responsabili per tutta l’umanità. Non dobbiamo dimenticarlo”. Il monito al simposio è arrivato dal rappresentante della comunità ebraica turca, il rabbino Yeuda Adoni. “La discriminazione operata in base al colore della pelle è sbagliata. Ogni membro della famiglia umana è capace di operare in base ai suoi valori etici, alla sua conoscenza e alla sua cultura per migliorare la propria vita e quella di chi è nel bisogno”. Come accadeva nelle grotte di Hasankeyf, dove a fianco di delle abitazioni, c’erano delle stanze designate all’assistenza dei più poveri. A raccontare il fatto che risale al 1000-1500 avanti Cristo è stato Kerim Güzelis della comunità siriaco-ortodossa: “queste stanze erano profonde quanto un pozzo e nessuno poteva vedere chi c’era dentro. Chi aveva intenzione di dare un aiuto metteva del cibo in un cesto e lo calava giù dove veniva preso. In questo modo chi dava e chi riceveva non si incontravano e non esisteva obbligo o gratitudine”. Un aiuto offerto senza discriminazione, così come ribadito anche da Sleiman Saikali, della Caritas Turchia: “Non ci deve essere distinzione di religione, di colore della pelle, di lingua nell’aiutare chi è nel bisogno. La speranza è che dalla cooperazione e dalla solidarietà nasca la pace, prima nei cuori e poi nel mondo”. “Ogni persona ha il diritto di vivere in modo dignitoso – è stato il pensiero di KIRKOR DAMATYAN, rappresentante del Patriarcato armeno turco, anche se pratichiamo diverse fedi dobbiamo pensare e agire uniti per un mondo migliore”. A puntare il dito contro “stili di vita consumistici e stravaganti” è stato, per ultimo, l’esponente del patriarcato greco di Istanbul, Dositheos Anagnostopulos per il quale “non possiamo dormire tranquilli quando il nostro vicino muore di fame, come accade in Etiopia o in Afghanistan. Non dobbiamo adorare le cose materiali ma prepararci al giudizio di Dio”.