SARDEGNA

Il coraggio della denuncia

Una proposta di legge per la violenza sulle donne

Il 15 novembre 2005, presso il Consiglio regionale della Sardegna, è stata presentata, dalle otto consigliere elette nell’attuale legislatura, la proposta di legge regionale 185/05: “Norme per l’istituzione di centri antiviolenza e case di accoglienza per le donne vittime di violenza”.La particolarità della proposta è che, oltre a creare un quadro normativo di controlli e interventi, economicamente offre una soluzione a quei problemi finanziari che da sempre attanagliano tutte le attività del settore, pubbliche e volontaristiche. Inoltre, all’art. 2 della proposta è richiamata la necessità di un lavoro comune tra la Regione e le associazioni di volontariato, gli enti pubblici e privati.Necessaria collaborazione. “Il nostro auspicio – afferma Mariuccia Cocco, una delle consigliere firmatarie della proposta di legge – è che la proposta di legge sia messa in agenda in tempi brevi. Indubbiamente, c’è una maggiore sensibilità delle donne davanti a certi problemi ed è importante aver raggiunto l’unità in Consiglio, pur provenendo da esperienze culturali e politiche diverse”.Per Cocco, “non si possono fare discorsi di divisione dei ruoli: i politici, la società civile, il mondo del volontariato, la Chiesa. Ognuno faccia ciò che gli compete. La povertà, gli ammortizzatori sociali, l’emarginazione, sono compiti prioritari della politica; il volontariato non può sopperire su tutto, ma deve rivendicare il suo spazio facendo da stimolo affinché le istituzioni facciano il loro lavoro. Per una proposta come la nostra, con dei fondi pubblici da gestire e dei servizi pubblici offerti alla società, è importante che il mondo politico ricerchi l’integrazione con il mondo del volontariato”.”Ciò che mi ha stupito – prosegue Cocco – è la mancanza di fermento culturale su questa proposta: se non è stata percepita appieno dalla società sarda, certamente c’è un problema di cultura di comunicazione o di sfiducia nelle Istituzioni”.Percorso di riscatto. “Sono le stesse donne che tante volte rifiutano o non cercano proprio un aiuto, perché non è adeguato. Allora si chiudono in loro stesse e non rivelano la violenza subita”. Questa l’opinione di Mariella Spanu del Centro italiano femminile (Cif) di Sassari, che ha sempre combattuto contro tutte le forme di violenza sulle donne, attraverso diversi centri di accoglienza, uno in particolare legato al progetto intercomunale “Aurora”.”Questo progetto – osserva Spanu – è già sulla linea della proposta di legge regionale e potrebbe porre Sassari come capofila per la sua attuazione dopo l’approvazione in Consiglio”.”In questi centri – aggiunge – c’è il bisogno soprattutto dell’ascolto del disagio per capire dove nasce la violenza: non serve assistere le vittime per due, tre mesi, anche un anno. Per questo, è fondamentale la creazione di una rete di collaborazione strettissima tra istituzioni e mondo del volontariato e giungere fino alla famiglia”.Ricordando che il mondo cattolico si è sempre mosso in questo senso, Spanu ribadisce “l’importanza di un vero collegamento di rete tra le Istituzioni e il mondo del volontariato, portando la donna ad aver coscienza anche del valore della denuncia, riprendendo fiducia nelle istituzioni, nei tribunali, nei servizi sociali. Le case di accoglienza, quindi, dovrebbero trasformarsi da luogo di soccorso in luoghi di formazione, umana e professionale, proprio come avviamento al lavoro, cercando di aiutare le donne ospiti a creare cooperative, in un percorso educativo di liberazione e riscatto”.Donne protagoniste. “Mentre è molto richiesta da parte delle Istituzioni la presenza di donne nel volontariato, come ad esempio nel volontariato ospedaliero, non c’è corrispondenza a livello istituzionale”. Lo afferma Angela Serci, vicedirettore del settimanale diocesano di Iglesias, “Sulcis-Iglesiente Oggi”.”L’esperienza storico-sociale del “Sulcis-Iglesiente”, ossia la zona sud occidentale della Sardegna, così legata alla mutua solidarietà delle famiglie dei minatori – spiega Serci – esiste ancora, ma non è più ben organizzata. Certo è una eredità grande, che ha portato alla creazione di uno sportello bancario etico diocesano che aiuta le famiglie in necessità: permane sicuramente l’attenzione nel piccolo, ci si accorge del bisogno di aiuto, di soccorso, ma a livello locale.La donna nel tessuto sociale dell’Iglesiente è presente. Quando, qualche anno fa, ci fu l’occupazione delle miniere del pozzo Sella, noi donne di Iglesias, a prescindere da differenze culturali o sociali, abbiamo dato il cambio ai minatori. Questo c’è di buono: quando succede qualcosa che tocca la realtà sociale le donne si muovono unite, lontane dalle ideologie, per i valori”.(24 febbraio 2006)