BOSNIA ERZEGOVINA" "

Il danno più grave” “

I vescovi bosniaci, a Roma, chiedono la revisione degli accordi di Dayton e rispetto per i cattolici ” “

“Oggi è evidente che” in Bosnia ed Erzegovina “si continua la guerra, ma con altri mezzi. Non esiste ancora uguaglianza tra le componenti religiose del Paese” ed è urgente “una revisione degli accordi di Dayton” che “hanno danneggiato soprattutto i cattolici croati”. Ad affermarlo l’arcivescovo di Vrhbosna Sarajevo, card. VINKO PULJIC , a Roma con i vescovi bosniaci dal 22 al 28 febbraio per la visita ad limina in Vaticano. Il presule è intervenuto nei giorni scorsi alla conferenza stampa promossa dall’Azione cattolica italiana e dalla Conferenza episcopale di Bosnia ed Erzegovina su “A dieci anni dalla Conferenza di Dayton. Bosnia Erzegovina: un fallimento o un futuro multietnico?”. Gli accordi di Dayton (21 novembre 1995) hanno messo fine a tre anni e mezzo di sanguinoso conflitto in Bosnia creando una particolare struttura di cui fanno parte la Federazione di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza musulmana, e la Repubblica serba a maggioranza ortodossa; di fatto un protettorato sotto il controllo di un Alto rappresentante della comunità internazionale. “Un confuso ordinamento” che l’arcivescovo di Sarajevo definisce “ingiusto e strutturalmente insostenibile”. LA CONDIZIONE DEI CATTOLICI. Per questo, a margine dell’incontro, il presule ha anticipato il proposito di “informare il Papa della situazione. Mi aspetto da parte della Santa Sede – ha affermato – una pressione sulla comunità internazionale perché non vengono adottate le stesse misure per tutte le componenti religiose del Paese”. In un sistema che “privilegia ortodossi e musulmani” è urgente, ha affermato, “creare per tutti uguaglianza e rispetto dei diritti umani”. Non usa mezzi termini neppure mons. FRANJO KOMARICA, vescovo di Banja Luka: “Con gli accordi di Dayton si è legittimato di fatto il diritto del più forte, si è premiata la pulizia etnica e si è dato corpo ad un’iniqua divisione del territorio tra le parti in guerra”. Per il vescovo, “l’attuale ordinamento”, secondo il quale “i tre popoli della regione, bosniaci, serbi e croati, sono collocati in due entità politiche, ha danneggiato soprattutto i croati, in maggioranza cattolici. Il 67% di essi è stato cacciato dalla propria terra durante la guerra, ma solo il 13% è riuscito a tornarvi”. Degli 820mila cattolici “presenti nelle quattro arcidiocesi del Paese prima del conflitto, ne sono rimasti solo 460mila – ha reso noto il presule -, e nella mia diocesi da 120mila si è scesi a 40mila, per lo più anziani”. Oggi, ha rimarcato, “non esistono volontà politica, protezione giuridica e aiuti materiali per il loro ritorno”. I croati sono due volte vittime di Dayton perché, ha spiegato ancora mons. Komarica, “quantunque popolo costitutivo, e più antico, della Bosnia Erzegovina, non godono nemmeno dei diritti delle minoranze. Bosniaci e serbi emanano le leggi con la semplice maggioranza, senza alcun riguardo per le richieste dei loro rappresentanti”. CONTRIBUTO ALL’EUROPA. “La pace frutto degli accordi di Dayton – ha dichiarato mons. PERO SUDAR, vescovo ausiliare di Sarajevo – non è altro che assenza di conflitto armato. Tutti gli altri effetti della guerra continuano ad essere ben presenti e li sentiamo ogni giorno sulla nostra pelle”. “Vittima di questa pace – per il vescovo – non è solo la Chiesa cattolica, ma tutti gli abitanti del Paese. L’economia è quasi ferma – ha spiegato -, la disoccupazione è salita al 48%, molti lavoratori non ricevono salario da mesi, alcuni da anni. L’anno scorso i salari medi sono stati di 246,59 euro e le pensioni di 92,03. Alta la percentuale di chi è costretto a vivere con 0,75 euro al giorno”. Di qui “la spaventosa crescita di corruzione e criminalità”. “Il danno più grave – ha sottolineato il presule – è senza dubbio la dissoluzione spirituale e morale: la guerra ha profondamente ferito e in buona parte lacerato i delicati legami che si erano instaurati lungo i secoli tra le persone. E che avrebbero potuto costituire il nostro contributo a quell’Europa che ancora oggi cerca la capacità di vivere una realtà multietnica e multireligiosa”. L’IMPEGNO DELLA CHIESA. “Vivendo come propria la tragedia del Paese – ha proseguito mons. Sudar – la Chiesa cattolica non ha mai smesso, né durante, né dopo la guerra, di richiamare la ragione, ma se durante il conflitto la sua voce era ascoltata e i suoi aiuti apprezzati, ora gli interventi dei vescovi danno noia perché chiamano le cose con il loro nome”. Tuttavia, “anche se male accetta e interpretata, la Chiesa non si arrende e continuerà ad impegnarsi per un ordinamento democratico e giusto” che “si può costruire” solo con la revisione degli accordi di Dayton e l’istituzione di “uno Stato autenticamente multietnico e multireligioso, superando l’attuale divisione in entità voluta dal principio etnico del trattato”. Uno Stato di diritto “che garantisca l’uguaglianza giuridica di tutti tre i popoli, nonché il rispetto dei diritti e delle libertà umane, religiose e civili”. Uno Stato – ha concluso mons. Sudar – nel quale “il potere sia articolato a livello comunale, regionale e statale” e secondo “il principio della sussidiarietà”.