Introduzione all’ambito

CITTADINANZA

Che cosa apporta la speranza cristiana all’impegno di cittadinanza? Come l’impegno civile, nel rispetto della sua specificità sociale e politica, può essere un modo della testimonianza cristiana? Come evitare che l’interesse per le grandi questioni della cittadinanza del nostro tempo si riduca a una questione di schieramento ideologico, stimolando invece forme di impegno significativo? Come la Dottrina sociale della Chiesa può diventare un riferimento fecondo?

Sono queste le domande destinate ad avviare la riflessione sul quinto ambito, quello della cittadinanza, del 4° Convegno ecclesiale nazionale (Cen) che si svolgerà a Verona dal 16 al 20 ottobre di quest’anno. Interrogativi sollevati dal sociologo Luca Diotallevi, nel corso di un seminario sui 5 ambiti, svoltosi a Roma il 24 e 25 febbraio.

“Il rischio evidente – ha osservato Diotallevi – è che per la comunità ecclesiale, ma anche più in generale, non sia frequente percepire il rilievo per la coscienza cristiana della questione sociale anche già anteriormente allo sviluppo delle preoccupazioni morali”. Un ulteriore problema è, secondo il sociologo, che, “per i cattolici non certo meno che per gli altri italiani”, la “cultura della cittadinanza si accompagna ad una misura molto modesta di cultura civica”. Cinque annotazioni. Secondo Diotallevi, “il rischio – e questa è la prima annotazione –  assai evidente è che per la comunità ecclesiale, ma anche più in generale, non sia frequente percepire il rilievo per la coscienza cristiana della questione sociale anche già anteriormente allo sviluppo delle preoccupazioni morali”.

La seconda. “È opportuno assumere in termini non troppo vaghi la questione della cittadinanza. Non credo sia utile, cioè, lasciare al linguaggio corrente il compito di determinare il significato del concetto di cittadinanza”. Si registra, infatti, “una concezione dominante se non egemone di cittadinanza come attribuzione (pubblicamente legittimata) in termini pressoché esclusivi allo stato (come forma particolare di auto-organizzazione del sistema politico) della regolazione e della produzione dei processi di inclusione sociale.

Concezione frutto della “trasformazione-integrazione Otto-Novecentesca dello Stato di diritto in Stato sociale (alla promessa di tutela dei diritti politici, vengono aggiunte quelle di tutela dei diritti al lavoro, all’abitazione, alla salute, alla istruzione, ecc.), con conseguente ipertrofia legislativa e conseguente aumento della pervasività sociale della amministrazione statale”. Un’idea di cittadinanza che in Italia “sembra caratterizzare la maggior parte delle istituzioni sociali, l’orientamento del tessuto normativo, le opinioni e le preferenze prevalenti presso l’opinione pubblica”.

Terza annotazione. “Per un verso – spiega ancora Diotallevi – questa nozione di cittadinanza domina lo scenario culturale e sociale dell’intera Europa continentale, e non solo né innanzitutto quello italiano, costituendo tra l’altro un elemento essenziale di quanto normalmente si definisce “modello sociale europeo”, e che per altro verso, essa costituisce, quanto meno, solo una delle due principali varianti della nozione moderna di cittadinanza, alternativa a quella dominante nelle stateless societies (Regno Unito, Usa).

La quarta. “Tra le basi di una critica teologica del concetto di cittadinanza europeo-continentale, possiamo menzionare, a puro titolo d’esempio: la contraddittorietà implicita nella assegnazione in regime di monopolio ad una sola organizzazione della cura di un bene comune adeguatamente inteso; la dottrina della sussidiarietà – per altro sempre più recepita anche all’esterno delle culture di ispirazione cattolica – adeguatamente sviluppata sia in senso verticale che orizzontale”.

Infine la quinta annotazione che evidenzia un ulteriore problema: “Per i cattolici non certo meno che per gli altri italiani, questa cultura della cittadinanza si accompagna ad una misura molto modesta di cultura civica”. Proposte di integrazione. Sulla base di queste annotazioni il sociologo propone ulteriori interrogativi per integrare la lista di quelli proposti al punto 15e della Traccia per Verona.

Tra questi: “Quale coscienza si ha, nelle comunità ecclesiali, della crescente incapacità del Paese a produrre quelle risorse (materiali ed immateriali) che costituiscono l’oggetto ovviamente insostituibile di qualsiasi politica di cittadinanza? Quale coscienza si ha, nelle Comunità Ecclesiali, della crisi che attraversa la cultura della cittadinanza a noi più familiare, per lo meno nella forma di crisi dei tradizionali e tuttora prevalenti modelli di politiche di cittadinanza?

Quando le comunità ecclesiali orientano il loro discernimento sulle emergenze della cittadinanza, quale coscienza hanno della probabile differenza – rispetto al proprio contesto sociale di riferimento – con cui al loro interno sono rappresentate competenze ed interessi?

C’è coscienza del fatto che una certa cultura della cittadinanza può deprimere la sensibilità nei confronti del valore etico e civile della responsabilità individuale, pur essa principio dell’insegnamento sociale della Chiesa?”.

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(Scarica il testo integrale della riflessione di Luca Diotallevi – file *.pdf )
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(25 febbraio 2006)