Costruttori di giustizia

CITTADINANZA

“Ridare speranza” alla politica, per dire “no” all'”accecamento etico” e far sì che la politica non sia semplicemente una “tecnica”, ma un “dovere” finalizzato al primato della persona e alla realizzazione del bene comune.

È il compito assegnato ai cattolici, e in particolare al laicato, da mons. Gastone Simoni, vescovo di Prato, in vista dell’appuntamento di Verona (16-20 ottobre), dove uno degli ambiti di riflessione è dedicato al tema della “cittadinanza”.

Gli abbiamo rivolto alcune domande sulla seconda parte della prima Enciclica del Papa, “Deus Caritas est”, in particolare sui paragrafi (nn. 26-28) dedicati all’analisi della politica come sintesi di “giustizia” e “carità”, a partire dallo stretto legame tra fede e ragione.

Come Giovanni Paolo II, commenta il vescovo, anche Benedetto XVI “considera la dottrina sociale cristiana come inevitabile e provvidenziale conseguenza dell’impatto della fede nella storia”; rispetto al suo predecessore, tuttavia, l’attuale Pontefice, per il vescovo di Prato, pone “maggiormente l’accento sui compiti e le capacità proprie della ragione per costruire un’etica sociale integrale”.

“Il giusto ordine della società e dello Stato è compito della politica”, scrive il Papa: in che modo Stato e Chiesa devono declinare il nesso tra carità e giustizia?

“Il compito della politica è quello di incarnare la giustizia nella più grande misura possibile: la giustizia a tutto campo. Al pari di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI insegna però che senza amore non si capisce bene cos’è la piena giustizia, né la si mette in pratica in maniera giusta, pienamente rispettosa della persona umana. Giustizia, amore per l’uomo e solidarietà si tengono insieme. Il più giusto degli ordinamenti non lascia disoccupato l’amore”.

Per Benedetto XVI la politica non è solo una “tecnica”: come scongiurare uno dei rischi più frequenti in questo ambito, che il Papa definisce “accecamento etico”?

“Anche per Benedetto XVI l’azione politica è sintesi di etica (etica della giustizia ispirata dall’amore) e di tecnica. È compito della ragione – ragione pratica, in termini kantiani – dire cos’è la giustizia. Ma per far questo la ragione non dev’essere abbagliata e accecata dal prevalere dell’interesse e del potere. E poiché è facile che questo accada, essa dev’essere purificata. Gli occhi non vedono la verità delle cose e l’ideale dell’agire se sono malati o disturbati. Ecco perché, afferma il Papa, la fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore e di vedere meglio ciò che è proprio della ragione. Dalla fede che si coniuga – purificandola e potenziandola – con la ragione deriva la dottrina sociale della Chiesa”.

La dottrina sociale della Chiesa non è un modo, per la Chiesa, di affermare il suo “potere”, ammonisce il Papa: una affermazione che l’acceso dibattito attuale sulla “laicità” rischia di non tener presente…

“I laici-laicisti dovrebbero riflettere sul n. 28, dove Benedetto XVI afferma, appunto, che la fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito. Sembra un’affermazione piuttosto soft per un Papa, un’affermazione da comporre con quella – più forte – sull’accecamento etico. Dunque la ragione, nonostante tutti i suoi limiti e la situazione umana inquietante del peccato, ha un suo nativo e grande potenziale di luce. Il magistero sociale e gli interventi dottrinali-pastorali in cui esso si concretizza e si precisa di volta in volta non hanno né un carattere né uno scopo di imposizione confessionale, ma si muovono sull’orizzonte ragione-fede-libertà. Certamente i pastori della Chiesa devono vigilare per non essere invasivi. Ma per contentare i laici-laicisti essi dovrebbero tacere o dovrebbero parlare (e guai se non lo fanno!) allorché piace a lor signori”.

Introdurre la “coscienza” nella politica, contro il primato dell'”interesse personale” è, secondo il Papa, un “dovere” per la Chiesa, nella sua opera di “formazione etica”: come assolverlo, nella prospettiva di Verona, e quale ruolo particolare spetta ai laici?

“Tra i temi del Convegno di Verona c’è quello della cittadinanza. Proprio in una situazione di larga sfiducia per quanto avviene sulla scena socio-politica nazionale e internazionale, i cattolici sono chiamati a ridare speranza alla politica, attività etico-tecnica necessaria per il bene comune locale e globale. Ma a tale scopo dev’essere sentito e messo in atto assai di più nella Chiesa il dovere di formare e interessare i credenti alla partecipazione sociale, civile e politica. Al riguardo sono necessarie e possibili iniziative locali – non episodiche ma organiche – di carattere dottrinale, spirituale e operativo. Partire dalla parola di Dio e dalle sue luci sociali; studiare la dottrina sociale della Chiesa; cercare di conoscere meglio possibile la storia e l’attualità; ragionare – insieme, da cristiani collegati fra di sé – sui temi e i problemi sociali e politici presenti, preoccupandosi anzitutto di conoscerne i termini e ricercandone le soluzioni migliori. Tutto ciò spetta, di per sé, ai cristiani normali, non ai soli specialisti. Ma che almeno ci sia – e tenga – nelle nostre comunità una rete di gruppi che coltivano questo compito laicale non delegabile ai preti, sebbene i preti lo debbano animare”.

(26 febbraio 2006)