PUGLIA

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Prevista la possibilità di fare ricorso anche alla RU486

Il 2 febbraio, il Consiglio regionale della Puglia ha approvato, con i voti della maggioranza di centrosinistra e di tre consiglieri di opposizione, un atto di indirizzo politico con cui si “impegna la Giunta regionale a consentire l’utilizzazione delle metodiche esistenti per l’interruzione volontaria di gravidanza” (Ivg). Con lo stesso atto la Giunta è stata impegnata, inoltre, a contrastare il diffuso aborto clandestino e a “potenziare la rete dei Consultori familiari e le strutture sanitarie”.Il 3 febbraio, l’assessore regionale alle Politiche della salute ha inviato una nota ad Asl e Aziende sanitarie facendo presente, tra l’altro, che la legge 194 non pone “nessun vincolo rispetto alle diverse modalità chirurgiche o farmacologiche oggi utilizzabili” per l’interruzione volontaria di gravidanza.Secondo i dati preliminari per il 2004 del ministero della Salute, la Puglia è al 3° posto in Italia per numero di Ivg (12.563 su 136.715) e, secondo i dati definitivi del 2003, ha il tasso più alto d’Italia di minorenni che abortiscono (6,6 per mille).Gravi implicazioni. “Dobbiamo innanzitutto sgombrare il campo da una terminologia confusa e ingannevole – dice Filippo Boscia, vicepresidente vicario dell’Associazione medici cattolici italiani e vicepresidente della Società italiana di bioetica -. La Ru486 impedisce la prosecuzione della gravidanza una volta che l’embrione si è già impiantato in utero” e, quindi, “ha un meccanismo abortivo e non contraccettivo”. “Nel caso della Ru486 esistono implicazioni che sono state del tutto ignorate o non adeguatamente sottolineate”, prosegue.Innanzitutto, esistono casi di rilevanza che possono mettere in pericolo la vita della donna, dice. Ed aggiunge: “Se teniamo conto che al 40° giorno abbiamo il test di gravidanza positivo e nove giorni dopo si può somministrare la pillola”, non c’è più “l’iter di riflessione previsto dalla 194”. In sostanza, si tratta di “una metodologia che non rispetta il diritto della donna anche a non abortire”. “Poiché il farmaco – prosegue Boscia – può dare alterazioni della coagulazione, ritenzione di materiale all’interno dell’utero e c’è un 5 % di donne che non rispondono al farmaco, ma devono ricorrere alla soluzione chirurgica, questa metodologia, contrabbandata come innovativa, più facile e più sicura, comporta viceversa problematiche per la donna”.Tra queste figurano “la comparsa delle emorragie e di residui ovulari in utero”, sottolinea. Questo tipo di Ivg, inoltre, “diventa un fatto privato tra gestante e medico”, aggiunge. Non meno importante è “la previsionalità di un utilizzo autoritario” della pillola da parte di diversi soggetti, dal fidanzatino al lenone. A proposito delle conseguenze psicologiche, mentre nell’aborto chirurgico “l’uccisione del proprio figlio avviene per le mani di un medico”, nel caso della Ru486 “la donna diventa mandante ed esecutrice; quest’evento ha una ripercussione psicologica di estrema importanza”.Aborto senza alternativa. L’alto numero di aborti praticato dalle minorenni sta a significare che “la rete di prevenzione della interruzione di gravidanza non funziona; allora, quando si pensa ad accelerarne i tempi entro il 49° giorno”, come previsto dalla Ru486, “significa lasciare la donna sempre più sola di fronte ad una decisione grave”, prosegue Boscia. I governanti regionali, conclude, hanno fornito un ulteriore metodo per l’aborto però senza accompagnarlo “con iniziative volte ad aiutare le madri in difficoltà e ciò mi lascia perplesso”. Dittatura del relativismo. “È assurdo e demagogico – dice don Filippo Urso, responsabile regionale per la pastorale della salute – affermare che per sconfiggere l’aborto clandestino bisogna legalizzare tutto e negare ogni divieto: siamo in piena dittatura del relativismo”.Secondo alcune affermazioni fatte nel corso del dibattito in consiglio regionale, “il ricorso alla Ru486 tutelerebbe la donna e sarebbe migliore di quello chirurgico, riducendone addirittura i danni. La verità è che l’aborto farmacologico con la Ru486 è, piuttosto, rischioso e penoso”. È rischioso tanto che “negli Stati Uniti – spiega don Urso – la Ru486 viene chiamata la pillola che uccide ed è penoso perché, rispetto all’aborto chirurgico, la donna vede il feto morto fuoriuscire dal suo corpo”. Inoltre, prosegue don Urso, “è psicologicamente invasivo a causa del lungo tempo impiegato per abortire, circa tre giorni, e per l’elaborazione del lutto, con traumi psicologici che talvolta non si riesce più a rimuovere”.Il vero problema. “In una Regione con un alto tasso di aborti, anziché prevenire l’aborto attraverso un’efficace assistenza alla donna, le si offre una semplificazione delle procedure abortive all’insegna di un individualismo spinto e contro ogni responsabilità personale e comunitaria”, dice il sacerdote. “Il problema – conclude don Urso – è che l’aborto è sempre più il risultato di una logica che vede nella gravidanza non pianificata una minaccia intollerabile, e nell’esercizio della sessualità un campo completamente separato dalla procreazione”.(27 febbraio 2006)