UNIONE EUROPEA" "

Due lingue oltre la propria” “

Un obiettivo da raggiungere incominciando a studiare dalla più tenera età” “

L’educazione al multilinguismo è una delle chiavi della comprensione reciproca, della convivenza e, in definitiva, dell’integrazione europea. Ne sono convinte le istituzioni dell’Unione, che da tempo sostengono (così come fa il Consiglio d’Europa) programmi per lo studio delle lingue. “I sistemi educativi in ogni Paese e le future generazioni sono elementi cruciali per affrontare le sfide del multilinguismo”: il commissario JÁN FIGEL , responsabile per istruzione, formazione e cultura, ritiene che “i giovani contribuiranno ad arricchire la società multilingue europea”. GLI EUROPEI CI CREDONO. L’argomento è stato recentemente studiato dagli esperti di Eurobarometro, l’istituto demoscopico della Commissione di Bruxelles. A un sondaggio su trentamila cittadini dei 25 Paesi Ue, più i quattro candidati – Bulgaria, Romania, Croazia e Turchia -, è seguita la pubblicazione di un rapporto intitolato “Gli europei e le loro lingue”. Vi si legge: “Il numero di cittadini europei che conoscono almeno una lingua straniera aumenta linearmente dal 47% del 2001 al 56% del 2005” e oggi “un numero maggiore di europei rispetto a quattro anni fa ritiene che conoscere le lingue straniere sia utile”. L’indagine rispecchia due dei capisaldi dell’Unione su questo versante: anzitutto “l’obiettivo, a lungo termine, per tutti i cittadini europei di parlare due lingue oltre alla propria”; inoltre, promuovere “lo studio delle lingue lungo tutto l’arco della vita, a partire dalla più tenera età”. PER LAVORARE, STUDIARE E VIAGGIARE. In una comunità sovranazionale con 20 lingue ufficiali (dal 1° gennaio 2007 saranno 23, aggiungendosi il gaelico, il romeno e il bulgaro) e numerose espressioni minoritarie, il multilinguismo è considerato un “elemento essenziale di integrazione”. “Il vantaggio di conoscere gli idiomi stranieri è incontestabile – si legge nel rapporto di Eurobarometro -. La lingua aiuta a comprendere altri modi di vivere, che a loro volta spianano la strada alla tolleranza interculturale. Le competenze linguistiche aumentano inoltre le possibilità di lavorare, studiare e viaggiare in tutta Europa e permettono la comunicazione interculturale”. L’attenzione della Ue non si concentra tanto sulla opportunità di avere un reale plurilinguismo a livello istituzionale (pure necessario per un’Europa “trasparente” e per consentire il regolare funzionamento di Parlamento, Commissione, Consiglio, agenzie specializzate, uffici territoriali, info-point…), quanto sul valore aggiunto rappresentato dalla mutua comprensione in campo sociale, culturale ed economico. CRESCONO TEDESCO E RUSSO. Tornando al rapporto di Eurobarometro, si scopre che più della metà dei cittadini “è in grado di conversare in una lingua diversa dalla propria”. I più “esterofili” in questo senso sono, per ragioni di natura geografica e storica, i lussemburghesi, gli slovacchi e i lettoni. Il 28% delle persone intervistate dichiara invece di parlare due lingue straniere. Percentuali molto elevate si registrano ancora in Lussemburgo (dove le lingue ufficiali sono tre), Paesi Bassi e Slovenia. Ma non va trascurato un altro dato: quasi la metà dei dichiaranti (44%) ammette di non conoscere altra lingua oltre a quella materna. Tra le numerose osservazioni che si evincono dalla ricerca, l’inglese si conferma “la lingua straniera più diffusa in Europa”. “Il 38% dei cittadini Ue afferma di conoscere a sufficienza l’inglese. In 19 paesi è la parlata più nota dopo la madrelingua”: è il caso soprattutto di Svezia, Malta e Paesi Bassi. Il 14% degli europei afferma di conoscere il francese, molto diffuso in Inghilterra; stessa percentuale per il tedesco, parlato nella Repubblica ceca, in Ungheria, in Polonia. Lo spagnolo e il russo completano il gruppo delle lingue più note. IL RUOLO DELLA SCUOLA. Lo studio precisa che “le competenze linguistiche non sono distribuite in modo uniforme né dal punto di vista geografico né da quello socio-demografico”. Inglesi e irlandesi non sono spinti ad apprendere altre lingue, essendo la loro ritenuta “universale”. Sono più portati a conoscere e utilizzare altri idiomi i cittadini di piccole nazioni, di regioni di confine o interessate da significativi fenomeni immigratori. Si scopre poi che “l’europeo tipico multilingue è giovane, istruito, o ancora studente, nato in un paese diverso da quello di residenza”; un individuo che generalmente “usa le lingue straniere per motivi professionali ed è motivato ad apprendere”. Tra i cittadini intervistati esiste – secondo gli esperti – “un vasto consenso sui vantaggi di conoscere più lingue”. Un atteggiamento che dovrebbe avere riflessi politici, visto che il 67% dei dichiaranti “pensa che l’insegnamento delle lingue straniere debba essere una priorità politica” da tradurre, nei vari paesi Ue, in adeguate iniziative a livello scolastico e culturale.