Dire le ragioni

COMMENTI

I cattolici devono avvertire l’importanza di essere presenti nella cultura pubblica. Non possono ritenere la loro presenza facoltativa, perché è questa cultura a orientare il futuro, a riflettersi sulle scelte delle nuove generazioni. Nei giorni scorsi il presidente della Cei ha riproposto una delle frontiere più impegnative per l’annuncio del Vangelo.

Occorre prenderne atto. È un invito a sostanziare una presenza, soprattutto laicale, non per una maggiore visibilità mediatica, ma perché questa è la strada maestra sulla quale la testimonianza cristiana, facendosi riconoscere, può dischiudere e illuminare le domande più intime dell’uomo. Non perché altre strade siano meno importanti e significative, ma perché sono queste stesse strade a chiedere una “fede pensata”.

La scelta del tema della speranza per il Convegno ecclesiale nazionale di Verona si inserisce in questa domanda e propone una riflessione più profonda sul contributo dei cattolici alla cultura di oggi.

La speranza porta sempre a riflettere su “qualcosa” di inafferrabile, “qualcosa” che esce dalle categorie del concreto e del visibile. Ripropone l’esistenza di ciò che non appare agli occhi dell’uomo. È un percorso affascinante e più faticoso di altri. Tuttavia, sta prendendo forma e direzione, a giudicare da quanto sta avvenendo nelle diocesi e nelle aggregazioni laicali in vista dell’appuntamento di ottobre.

C’è un primo dato che esige un approfondimento in prossimità del Convegno di Verona, ma che già dice di una crescita di sensibilità, di senso di appartenenza, di condivisione di progetti e di orizzonti. Dieci anni non sono passati invano e il progetto culturale, seppur con qualche affanno e qualche ritardo, è diventato nel tempo un’esperienza, in cui il territorio si è riconosciuto. Pur mantenendo viva e aperta la propria identità.

Si è passati da un atteggiamento inizialmente un po’ distaccato a un’assunzione di responsabilità nella consapevolezza che, dall’incontro della cultura con la fede, nasce l’autentico realismo. Il Vangelo sempre sceglie di stare sulle strade della città e di camminare con i passi della gente.

Una comunicazione “altra” è nata da Palermo e se ne è presa coscienza nel corso degli anni. Tra il pensiero del popolo e quello degli intellettuali si è sviluppata un’esperienza di reciprocità nell’ascolto e nel racconto. Si è superata la separatezza tra “livelli alti” e “livelli bassi” della cultura.

Verona 2006 si propone come verifica di dieci anni di questo percorso e come occasione per fare della speranza il filo rosso che unisce nella vita di ogni persona la vita affettiva, la festa, il lavoro, la fragilità, la comunicazione, la cittadinanza. Ricondurre a unità i frammenti è, da sempre, uno dei compiti culturali ed educativi più difficili e più belli.

La preparazione al IV Convegno ecclesiale nazionale si muove in questa direzione. Non c’è per ora l’attenzione dei media e neppure quella dell’opinione pubblica più sensibile. Si torna così alla questione iniziale: far sì che le ragioni della speranza diventino cultura pubblica, cultura che orienta il futuro e si riflette positivamente sulle nuove generazioni.

Paolo Bustaffa

(03 marzo 2006)