Il futuro del Medio oriente all’indomani delle elezioni dei palestinesi viene così commentato da Alexander Gauland ( Die Welt 1/3): “ Ora si è verificato ciò da cui molti avevano messo in guardia: il fatto che la vera democrazia in Medio oriente potesse produrre risultati sgradevoli. La vittoria di Hamas ha scaraventato Israele, gli americani e gli europei in un dilemma: accettare il risultato oppure correggerlo con una pressione economica? Gli israeliani e gli americani hanno evidentemente optato per la seconda ipotesi, gli europei sperano che la scelta venga loro risparmiata formulando ad alta voce le loro condizioni: rinuncia alla violenza e riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele. Alla luce delle esperienze storiche, tali condizioni non sono sensate. Naturalmente non si può pretendere da Israele di trattare con un gruppo che uccide donne e bambini alla minaccia della violenza, tuttavia, Hamas non rinuncerà così come all’inizio delle trattative non è disposta a riconoscere Israele. Perché sia la rinuncia alla violenza che il riconoscimento sono gli unici mezzi per esercitare pressione di cui i palestinesi dispongono. Alla fine delle trattative dovranno cedere entrambe le cose, la minaccia di violenza così come il non rispettare lo Stato ebraico: ma chiedere ciò fin dall’inizio non è politico“. […] “ Se Hamas dovesse essere disposto a vere trattative di pace, gli americani e gli europei potranno rinunciare in cambio alla loro valutazione della violenza come terrorismo, così come fecero de Gaulle in Algeria e Kissinger in Vietnam. Il fatto che ciò rappresenti per Israele un processo particolarmente doloroso, non dovrebbe distogliere dal farlo, nel suo interesse“. In Spagna si discute di vicende finanziarie ed economiche legate al consumo del gas in Europa. Nell’editoriale intitolato “Patriottismo energetico” il quotidiano La Vanguardia del 28/02 afferma che “l’ideale comunitario, così come richiesto dalla Commissione europea, è che esista un mercato dell’energia con ‘campioni europei’, con attori forti, che siano il risultato del rafforzamento delle imprese e non dell’interventismo politico. In verità, non è con venticinque mercati dell’energia che la Ue potrà fronteggiare con successo la globalizzazione. Però oggi come oggi questa è la realtà. La Francia, con la reazione protezionista, lo ha confermato lo scorso fine settimana segnando le regole del gioco: ‘campioni nazionali’ prima che ‘campioni europei'”. Secondo il quotidiano catalano Avui del 1/03, che commenta gli ultimi episodi e l’atteggiamento delle imprese e del governo spagnolo, “non sono più europeisti quelli che parteggiano per l’opa di E.on e più protezionisti coloro che difendono l’opzione di Gas naturale. Sono progetti diversi che danno risposte diverse agli interessi dei consumatori e degli azionisti delle tre compagnie coinvolte. Da questo punto di vista è assolutamente lecito che il governo di Zapatero intenda promuovere una legislazione che permetta alle imprese spagnole di fare ciò che hanno fatto i tedeschi: unirsi per ottenere una dimensione tale da poter scegliere la lotta finale per il mercato europeo”. Restando in campo energetico il quotidiano cattolico La Croix (28/2) si sofferma sul caso della fusione Gas de France Suez che controlla la belga Electrabel, oggetto di una offerta d’acquisto da parte dell’italiana Enel. Fusione sulla quale l’Italia ha chiesto un arbitrato europeo. “È piuttosto buffo scrive Guillame Goubert sentire le autorità italiane lamentarsi della fusione tra Suez e Gaz de France per bloccare un tentativo di acquisto da parte dell’Enel. Senza dubbio è un metodo del governo Berlusconi di far dimenticare che ha bloccato l’ingresso di Edf (la più grande impresa energetica in Europa, ndr.) nel mercato italiano. È più comprensibile vedere la stampa belga inquietarsi per il cambio dell’azionista di maggioranza della loro società elettrica nazionale Electrabel. In Belgio l’operazione è descritta come una forma di nazionalizzazione dell’elettricità belga da parte dello Stato francese (di gran lunga il principale azionista del nuovo gruppo) mentre in Francia è percepita come una privatizzazione di Gaz de France”. Secondo la Croix, in questa vicenda, “c’è una sola, certezza. L’Europa non ci guadagna. Più che di patriottismo economico bisognerebbe parlare di provincialismo. L’obiettivo degli Stati membri è quello di favorire le alleanze tra attori industriali europei come, del resto, già avviene nel settore siderurgico e aeronautico. In questa vicenda Suez-Gdf le autorità francesi e italiane non hanno dato un buon esempio”. Dell’argomento si occupa anche il quotidiano cattolico italiano Avvenire (28/2) che mette in risalto la mancanza italica di ‘sistema-paese’. “Innamorata della disputa scrive Giorgio Ferrari all’affare Suez abbiamo contrapposto una polemica politica che va sempre alla ricerca delle responsabilità di questa disfatta. Responsabilità tutte a carico dell’avversario“. “Cosa sarebbe accaduto se il governo italiano avesse bloccato un’acquisizione francese in casa nostra? L’assemblea nazionale è la risposta dell’editorialista avrebbe intonato un ruvido coro di guerra, tutti (da destra a sinistra) avrebbero puntato il dito contro l’Italia invocando punizioni esemplari. Questo è un sistema-paese con i suoi rischi e limiti”.———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1456 N.ro relativo : 16 Data pubblicazione : 03/03/2006