Cinque pensieri

COMMENTI

Mancano pochi mesi al Convegno ecclesiale nazionale di Verona in cui il tema della speranza legherà dimensioni che appartengono alla vita di ciascuno: gli affetti, il lavoro, la fragilità, la tradizione e la cittadinanza. Gli affetti. Forse la tentazione più forte, a questo riguardo, rimane paradossalmente quella della fuga: anche quando si è abbracciato un progetto di vita, quante volte si è frenati dalla paura di aderirvi fino in fondo! La preoccupazione di difendere una tranquillità individuale porta a sfuggire i confronti gravosi, li si rimanda, si cercano rifugi temporanei e poco impegnativi. Chi non si rassegna a questa prospettiva supera, a prezzo di sacrifici e rinunce, l’onda puramente emotiva dei sentimenti e coltiva affetti che vivono di fedeltà e silenzio, di pazienza e perdono. Il lavoro e la festa. La difficoltà che oggi si sperimenta nel dar significato al tempo lavorativo, mentre toglie valore anche a quello festivo, esaspera le forme di competizione, di sopraffazione, di arrivismo. Ne fanno le spese le persone più deboli, quelle in disagio, in sofferenza e in attesa. Le ristrutturazioni e le delocalizzazioni aziendali espellono dal mercato lavoratori che poi stentano a trovare una nuova collocazione: i dati Istat documentano un’economia italiana che nel 2005 non è cresciuta, causando la perdita di circa 102mila posti a tempo pieno. Qui si apre un impegno politico immane per creare le condizioni – a costo di modificare le attuali – perché non soltanto ci sia lavoro per tutti, ma in esso la persona possa esprimersi nella sua dignità e competenza. La fragilità. Quest’ambito, più di altri, porta a capire che la persona “non vive di solo pane”: la sua è fame di prossimità, di un tempo dedicato, di qualcuno che, con discrezione, aiuti a dare un senso al dolore. Nel tempo in cui, ad esempio, la relazione con il medico, tradizionalmente basata sulla fiducia, è divenuta relazione di tipo contrattuale, è urgente promuovere una nuova cultura, che sappia coniugare la cura clinica con un approccio personale al paziente. Non aiuta certo la trasformazione dell’ospedale in un’azienda preoccupata essenzialmente di organizzare e razionalizzare le risorse, almeno finché le priorità sono decise più dal politico che dagli operatori sanitari. La tradizione. Oggi si intuisce come ci sia un patrimonio da recuperare nella nostra cultura, radici di fede a cui tornare, una memoria da far propria e da esprimere in termini nuovi. La Quaresima può essere allora richiamo a porre un argine al rumore televisivo, specie se è vero che la tentazione più grande oggi è quella di vivere in maniera distratta e superficiale. Dedicare uno spazio alla propria formazione rimane la condizione per ritrovare un’identità: non certo da usare contro altri, ma quale condizione per poterli incontrare, per allargare lo spazio del confronto e cercare di rendere ragione di una speranza in un tempo di disillusioni. La cittadinanza. Qui c’è innanzitutto da vincere la sfiducia nei confronti della politica, anche se questa sembra far di tutto per aumentare la disaffezione. La comunità cristiana deve anche chiedersi in che misura aiuta i politici a leggere in profondità “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”. Anche questo ambito – al pari degli altri – coinvolge, comunque sia, tutti nel “coltivare il senso interiore della giustizia, dell’amore e del servizio al bene comune” (Gaudium et spes, 73), superando quell’indifferenza per le sorti degli altri, che sfilaccia la convivenza.

Ivan Maffeis
direttore “Vita Trentina” – Trento

(10 marzo 2006)