EUROPA SOCIALE" "

Prigioniera del mercato?” “

Una “politica comune” per ridurre povertà e precarietà del lavoro

Un progetto comune di sviluppo socialmente sostenibile per Europa Sociale è possibile? Se ne è discusso, a Roma nei giorni scorsi in una conferenza promossa dalla Fondazione F. Ebert e dall’Istituto di studi politici, economici e sociali Eurispes. Si è tra l’altro affermato che “un’Europa senza politica è un’Europa prigioniera del mercato e di un capitalismo autoreferenziale, senza etica, senza bandiera e senza responsabilità”. Ecco alcuni dati e commenti emersi dall’incontro.   IL DRAMMA DELLA POVERTÀ. Secondo le stime dell’Eurostat, ben 72 milioni di persone in Europa sono a rischio povertà, condizione che scatta per coloro che guadagnano meno del 60% del reddito medio del paese in cui risiedono. Il 19% degli italiani, spagnoli e portoghesi si trova in questa situazione contro una media europea del 16%. Si registra un tasso di rischio povertà ancora più elevato in Irlanda, Grecia, e Slovacchia (21%). L’Eurostat, inoltre, denuncia l’aumento delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza: il 20% di europei in buone condizioni economiche possiede quasi cinque volte più ricchezza di quanta ne abbia il 20% dei cittadini meno abbienti. Il mercato del lavoro europeo è in una condizione di stallo: le tutele sociali sono scarse e diseguali e 3,5 milioni di persone sono coinvolte nel fenomeno del precariato che rende impossibile l’esistenza di una “buona flessibilità”.   PRECARIETÀ LAVORATIVA. Nel rapporto Esope 2004 sono esaminate in particolare le situazioni di cinque paesi europei: Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna. Con riferimento al lavoro temporaneo o non permanente (che in genere è associato a basse retribuzioni e protezioni sociali ridotte), al primo posto si colloca la Spagna dove quasi un terzo dell’intera forza lavoro è impiegata secondo questa modalità. Il lavoro part-time coinvolge in maggior parte le donne. Il Paese in cui è più diffuso è la Gran Bretagna, dove si registrano tassi pari al 25% dell’intera forza lavoro, mentre, la Spagna con l’8% registra quelli più bassi. È interessante notare che nei Paesi europei, in grande misura, si tratta di un lavoro part-time a cui i lavoratori sono stati costretti (in Germania si tratta del 79% dei casi sul totale dei lavori part-time, in Francia il 73%, nel Regno Unito il 59%, Italia il 46%). A questo si deve aggiungere che, molto spesso, in questi Paesi il lavoro part-time impiega il lavoratore per meno di 15 ore settimanali, relegandolo così ad una situazione che è assai vicina alla disoccupazione.   SALARI BASSI. Con riferimento al “low wage employement and working poor” risulta che nella media europea un lavoratore a pieno impiego su sette riceve un salario molto basso, rispetto alle necessità della vita (un lavoratore su cinque nel Regno Unito); mentre i lavoratori poveri, coloro che ricevono un salario al di sotto dello standard di povertà, risultano, nella media europea pari all’8% dell’intera forza lavoro. Circa un quarto di tutti gli impieghi in Europa può essere considerato o lavoro precario o lavoro di bassa qualità. A questa cifra, di notevole entità, si arriva se si accoglie il criterio definito nell’Employment in Europe Report (2001) della Commissione Europea, secondo il quale i low quality jobs sono fatti rientrare all’interno della categoria dei precarious jobs. In particolare, la Spagna registra un 40% di low quality jobs, mentre l’Italia, la Gran Bretagna e la Germania rientrano nella media europea del 25%.   INTEGRAZIONE POSITIVA. Intervenendo alla conferenza sul tema della democrazia economica nel sistema sociale europeo, KLAUS MEHRENS dell’Università di Brema (Germania) ha sottolineato come “il rafforzamento dei diritti democratici del singolo, nel suo ambiente lavorativo diretto e nelle strutture di rappresentanza, rimane un importante compito per il futuro e permane in tutta Europa”. Anche riguardo i processi di contrattazione di salari e stipendi, “i tentativi di coordinare questi processi a livello europeo – ha affermato il docente tedesco – si sono per ora fermati ad uno stadio iniziale. Essi sono però indispensabili, soprattutto dopo l’introduzione dell’euro nella maggior parte dell’Unione Europea”. Mehrens ha osservato, poi, come “finora la maggioranza dell’Europa sembra essere ridotta alle tre parole d’ordine neoliberali: globalizzazione, privatizzazione, deregulation”. “Ciò di cui, invece, abbiamo bisogno – ha aggiunto – è una nuova regolamentazione positiva per l’Europa; al posto dell’integrazione, finora in gran parte negativa, abbiamo bisogno di un’integrazione europea positiva”. Di questa fanno parte, per il docente tedesco, “anche e soprattutto delle strutture più democratiche”. “Ciò non significa – ha chiarito Mehrens – soltanto una nuova divisione dei compiti tra competenza europea e autodeterminazione nazionale o regionale. Ciò significa strutture di economia democratica che possano essere comprese e che vadano da un governo economico europeo legittimo fino al singolo posto di lavoro”.