La Germania segue con particolare attenzione la vicenda dell’afgano condannato a morte per essersi convertito al cristianesimo. Abdul Rahman, infatti, era giunto alla conversione durante una sua permanenza nel Paese. Sulla Frankfurter Rundschau (22/3), Stephan Hebel scrive: “L’afghano Abdul Rahman rischia di diventare, a prezzo della sua vita, il simbolo delle contraddizioni nelle società islamiche, anche in quelle che passano per “liberate” in base ai concetti occidentali. […] Nonostante le belle parole, il caso… dimostra che una guerra, per quanto positivo sia il fatto che abbia eliminato il regime talebano, non può eliminare le crepe di una società come quella afgana. E non possono farlo neanche i miliardi pompati nel Paese dall’Occidente. Per far germogliare gli effetti positivi di un sistema democratico e secolarizzato ci vuole un’era dell’illuminazione – e del benessere – se si vuole evitare che i fanatici religiosi continuino a portare dalla loro parte gli emarginati. È giusto che il governo federale intervenga ora come uno dei finanziatori. Si può stare certi che lo farà senza che ciò torni a vantaggio dei risentimenti contro ‘l’Islam’. Ma nella serena certezza che la democrazia funziona solo se rispetta la religione, senza sottomettersi ad essa“. E nella Frankfurter Allgemeine Zeitung, Wolfgang Lerch osserva: “Il caso Rahman ha sollevato così tanta polvere a livello internazionale, perlomeno presso gli amici e i benefattori del nuovo Afghanistan, da far auspicare che il presidente Karzai possa trovare, insieme con i giuristi, un modo per impedire l’esecuzione di Rahman.[…] In ogni caso, per quanto riguarda la libertà di religione nel senso definito dagli Stati moderni e sancito dalla Carta dei diritti umani, la situazione in Afghanistan continua ad essere brutta così come altrove nel mondo islamico, con pochissime eccezioni“. I giornali spagnoli del 23 marzo hanno accolto con un mix di speranza e di prudenza l’annuncio di un cessate il fuoco da parte dell’organizzazione separatista basca dell’Eta e concedono un “margine di fiducia” più o meno ampio al presidente spagnolo, José Rodriguez Zapatero. “Un’opportunità inedita“, titola l’editoriale in prima pagina del quotidiano “El Pais“, “di cui sarebbe irresponsabile non approfittare“. “La novità consiste non tanto nell’annuncio di una tregua, ma piuttosto nel fatto che questa venga è proclamata dopo un periodo prolungato, quasi tre anni, senza attentati mortali“. Il quotidiano, vicino ai socialisti al governo, esorta il Pp (partito popolare, conservatore, all’opposizione) a collaborare con l’Esecutivo nel dialogo con i terroristi. Per “Il Mundo“, invece, è inevitabile chiedersi “in cambio di cosa” l’Eta abbia annunciato la tregua. “Un testo e un contesto che ispirano più inquietudine che speranza“, è il titolo dell’editoriale del quotidiano, che afferma che “la pace non implica il pagamento di un prezzo politico“. “Per la prima volta in trent’anni esiste il rischio che coloro che rappresentano lo Stato siano pronti a fare concessioni politiche all’Eta“. Il quotidiano “ABC” invita alla prudenza e ricorda i due precedenti tentativi falliti nel 1989 e 1999. L’ABC sostiene, nel suo editoriale dal titolo inequivocabile “Senza prezzo politico“, la necessità di “accordare al governo spagnolo un ampio margine di fiducia per la gestione della nuova situazione“, ma condizionata al fatto che l’esecutivo ottenga il disarmo dell’Eta “senza che questa decisione presupponga una contropartita“. Il quotidiano basco “Gara”, vicino agli ambienti indipendentisti, titola l’editoriale “L’ora della responsabilità e dei fatti” e aggiunge: “Madrid e Parigi hanno risposto con prudenza, ma sono chiamate a dare dimostrazione concreta di una volontà reale”. Al centro dell’attenzione mediatica francese ci sono le manifestazioni studentesche contro il Cpe, il contratto di ingresso nel mondo del lavoro che ha scatenato la rabbia di studenti, universitari e liceali, e dei sindacati che minacciano lo sciopero generale. Così scrive Dominique Gerbaud su “La Croix“: “La questione non è più sapere se Dominique de Villepin saprà uscirne senza perdere la faccia, ma se sarà in grado di trovare il modo di non deludere nè una parte nè l’altra“. Una cosa – secondo l’autore dell’articolo – è certa: vista la determinazione della piazza, il contratto di ingresso “non può più essere imposto così come è“. Ma, “che fare?“. “La rinuncia pura e semplice al Cpe – riflette Gerbaud – rischierebbe di rafforzare il rancore della destra“. Occorre piuttosto una buona dose di “precauzione” per la quale “servono uomini e donne saggi capaci di ricreare un clima di fiducia. Perché è la fiducia, il bene che ci manca di più“.