OLANDA

Un protocollo mostruoso

Eutanasia prevista anche per bambini sotto i 12 anni fino all’età neonatale

“L’eutanasia sui neonati non è una pratica umana, e può condurre soltanto ad una progressiva erosione del principio fondamentale secondo cui ogni vita è meritevole di protezione”. Ne è convinto mons WILLEM JACOBUS EIJK , vescovo di Groningen-Euwarde e delegato della Conferenza episcopale olandese per le questioni di etica medica. In Olanda, la legge varata dal Parlamento il 1° aprile 2002 prevede l’aiuto a morire per gli infermi adulti che ne abbiano fatto richiesta “esplicita e ragionata”, per i giovani tra i 16 e i 18 anni che ne abbiano formulato domanda per iscritto, per gli adolescenti dai 12 ai 16 anni capaci di consenso, a condizione che siano d’accordo anche i genitori o chi ne ha la tutela giuridica. Nell’estate 2004 è stato elaborato un protocollo d’intesa tra la clinica universitaria di Groningen e le autorità giudiziarie olandesi, riguardante l’estensione della possibilità di eutanasia anche per i bambini sotto i 12 anni, fino all’età neonatale. Un documento accolto con soddisfazione dall’associazione olandese dei medici pediatri (Nvk), che nelle scorse settimane ha espresso l’auspicio che il segretario di Stato Ross-Van Dort adotti il protocollo. “Speriamo che il segretario di Stato non lo faccia – è il commento di mons. Eijk – ma, anzi, imponga uno stop all’espansione incontrollata dell’eutanasia in Olanda”. UN ABISSO SENZA FONDO. Secondo il presule “taluni ritengono che nei Paesi Bassi non esista il pericolo di imboccare un pendio scivoloso; in realtà nel nostro Paese questa pratica rischia addirittura di scivolare in un abisso senza fondo”. I pediatri olandesi sperano che il cosiddetto “Protocollo di Groningen”, che autorizza l’eutanasia per i bambini colpiti da malattie incurabili e da insopportabili sofferenze, “sia il primo passo di una legislazione” in tal senso. “Nel nostro Paese – è l’amara constatazione di mons. Eijk – regoliamo con cura e trasparenza ciò che altrove viene praticato nell’ombra”, trascurando il fatto che “un’azione eticamente reprensibile può essere preparata e condotta in modo irreprensibile, ma ciò non basta a renderla eticamente accettabile”. L’ULTIMA BARRIERA. Il dibattito sull’eutanasia si è finora basato su due principi: “il diritto di ognuno all’autodeterminazione, anche in materia di vita e di morte – annota il presule – e il deterioramento della qualità della vita causato da sofferenze ritenute insopportabili”. Se inizialmente si parlava di “malattie incurabili”, oggi “si discute anche della possibilità di suicidio assistito per i malati di mente”; un ulteriore passo, ancorché sempre nell’ambito della volontarietà della decisione di morte. Ora, invece, con il Protocollo di Groningen cade anche l’ultima barriera, perché, rimarca mons. Eijk, esso prevede “di porre attivamente fine alla vita di pazienti che non hanno chiesto di morire o sono incapaci di esprimere il proprio consenso”. Non più, dunque, “un’estensione del diritto delle persone di decidere sulla propria vita o morte, ma un criterio per decidere sulla vita o sulla morte di qualcun altro”. CHI DECIDE se la vita altrui è degna di essere vissuta? “Secondo dati recenti – informa il presule – tra il 1997 e il 2004 nei Paesi Bassi sono stati fatti morire 22 neonati affetti da spina bifida, con o senza complicazioni”. Una patologia, prosegue, che non per tutti i medici olandesi giustifica l’eutanasia, mentre “gli adulti affetti da questo male hanno protestato contro l’ipotesi che la propria vita possa essere considerata ‘invivibile'”. E ancora: la convinzione che “solo l’eutanasia attiva possa porre fine alle sofferenze è meno obiettiva di quanto il Protocollo di Groningen voglia farci credere – precisa mons. Eijk -: molti medici nel mondo hanno opinioni diverse, in particolare grazie all’esistenza di diverse possibilità di controllare efficacemente il dolore”. CURE PALLIATIVE. Soffermandosi sulle cure palliative, il presule chiarisce che “porre fine ad una vita umana non elimina la sofferenza; elimina la persona che soffre”; è lecito farlo, si chiede, dal momento che “la vita umana è un bene fondamentale e indisponibile dal concepimento alla morte, e il suo valore non può essere circoscritto dall’applicazione di criteri scientifici, medici o utilitaristici?”. Da sempre sono nati bambini con gravissime malattie, “e questo è probabilmente l’evento più doloroso e complesso che un genitore debba affrontare”. Tuttavia il compito dei medici è quello di aiutarli a vivere, fermandosi solo di fronte all’accanimento terapeutico. “Nel caso in cui venga meno un ragionevole equilibrio fra i benefici e gli svantaggi di un trattamento medico – spiega mons. Eijk – esso va abbandonato, anche se ciò significa che il paziente morirà”. In ogni altro caso, il ricorso alle cure palliative “renderà la sofferenza, anche di un bambino piccolissimo, più sopportabile e più umana” Ciò che non è umano, conclude, “è l’eutanasia sui neonati; una pratica che può condurre soltanto ad una progressiva erosione del valore del principio fondamentale secondo cui ogni vita è meritevole di protezione”.