PENSIERI
“Un testimone e profeta eccezionale del mondo del lavoro”, che ha sperimentato in prima persona il “volto duro” di esso, da giovane negli anni della guerra e da studente nel seminario clandestino. Così mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, ricorda Giovanni Paolo II, “un Papa lavoratore, fatto inedito per l’epoca moderna”.
“Nessun Papa precedente ha mai dedicato tanta attenzione al tema del lavoro”, sottolinea il vescovo citando le tre Encicliche sociali di Papa Wojtyla – Laborem exercens , Sollicitudo Rei Socialis e Centesimus Annus – l’ultima delle quali, del 1991, risulta “ancora oggi eccezionale, anche per il momento storico, subito dopo la caduta del Muro”, ma soprattutto perché in essa il Papa si è soffermato sul valore del lavoro “in termini sociali ma anche antropologici, collegando il lavoro umano con la crescita e lo sviluppo della persona”.
Indelebili nella memoria, per mons. Miglio, rimangono le visite, in occasione del 19 marzo, festa dei lavoratori, in varie città italiane: una per tutti, quella alla “Solvay” di Livorno, quando Giovanni Paolo II si è seduto a mensa con gli operai, ha parlato con loro ricordando i suoi trascorsi personali di studente che per anni ha lavorato per mantenersi agli studi e “affrontare le situazioni della vita”.
Ad un anno di distanza dalla morte, la “sfida principale per il vescovo, resta quella indicata da Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae , dove la questione sociale viene strettamente collegata con la difesa della vita e della dignità della persona: “Risanare un’economia – conclude Miglio – non è possibile senza tener conto del valore fondamentale della vita umana e della centralità della persona. Il rischio da evitare è quello di considerare la problematica etica e la questione sociale come due ambiti distinti, cadendo così in una visione tecnicistica che non porta da nessuna parte”. Al passaggio della Croce delle Giornate mondiali della gioventù dai francesi agli italiani, come sempre per volere del Papa i giovani andavano a trovarlo. All’improvviso, una ragazza con una biro tutta mangiucchiata e un block notes spiegazzato gli si avvicina per chiedergli un autografo, e subito la sicurezza vaticana la blocca per darle “un’attrezzatura più decente”.
E il Papa: “Restituite!”. Così la ragazza, raggiante, è riuscita a avere il “suo” autografo. È uno degli episodi che mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e già direttore del Servizio Cei per la pastorale giovanile, utilizza per descrivere “la capacità di empatia” di Giovanni Paolo II con giovani, il “rapporto personale che sapeva stabilire con ciascuno di loro”, non solo nelle Gmg ma in ogni occasione di incontro tenacemente cercato con essi, in ogni città o diocesi che visitava.
“Aveva una memoria prodigiosa, si ricordava personalmente di ciascuno di loro, anche a distanza di anni – racconta Sigalini – stava attento e tesissimo quando era con loro”. Come a Bologna, durante il Congresso eucaristico del 1997, quando disse “lasciatemi qui” ai suoi collaboratori, che volevano farlo rientrare in serata perché “era tardi”: ma lui voleva ascoltare la musica, fare festa con i giovani, cantare con loro.
A un anno dalla morte, secondo il vescovo, “è già cominciato il processo di interiorizzazione del forte messaggio che Giovanni Paolo II ha lasciato ai giovani, come dimostrano le tante iniziative nelle diocesi. I giovani hanno capito che stava dalla loro parte. “La fragilità è un elemento centrale per capire Giovanni Paolo II fin dalla sua vocazione sacerdotale, nella quale un ruolo fondamentale hanno avuto le sofferenze e le difficoltà vissute nella Polonia invasa dai nazisti”. Lo ha detto mons. Renato Corti, vescovo di Novara, aprendo la sera del 24 marzo in Duomo la sezione nazionale del Progetto “Passio 2006”, incentrata sul tema della “fragilità umana”, in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona; la serata d’apertura è stata dedicata a Papa Wojtyla a un anno dalla morte.
“Con coraggio seppe affrontare la sofferenza e viverla come speranza” fin dagli anni giovanili quando, dopo aver perduto il fratello, la mamma e, per ultimo, il papà, a 21 anni confessava di sentirsi “come sradicato dal suolo”.
Durante gli anni della vecchiaia, segnati dalla malattia e dalla sofferenza, ha sottolineato ancora il vescovo di Novara, “il Papa non ha mai smarrito la speranza e la gioia di vivere: Conservo ancora intatto il gusto della vita, scriveva nella Lettera agli anziani del 1999, incitandoli a spendersi fino alla fine senza farsi sopraffare dalla pigrizia o dal malumore”.
(31 marzo 2006)