PENSIERI
Nelle “immagini della fase conclusiva della vita” di Giovanni Paolo II, “che abbiamo tutti ancora davanti agli occhi”, abbiamo intravisto “i bagliori dell’eroismo, il profumo della carità, il timbro della santità”. Per mons. Angelo Comastri, presidente della Fabbrica di San Pietro e vicario generale del Santo Padre per la Città del Vaticano, Papa Wojtyla ha vissuto fino in fondo “la lettura di fede del mistero del dolore” e “ce l’ha lasciata come prezioso testamento”.
Rievocando la domenica delle Palme dell’anno scorso quando, affacciatosi alla finestra per l’Angelus e impossibilitato a parlare a causa del recente intervento di tracheotomia, il Papa agitò lungamente il ramoscello d’ulivo che aveva in mano, mons. Comastri parla di “gesto che valeva un’Enciclica” e di “muta e indimenticabile omelia”.
“E, infine, il Venerdì Santo (l’ultimo Venerdì Santo!) sarà per sempre e per tutti – prosegue il vescovo – il ricordo di due Via Crucis, che abbiamo visto sovrapporsi con il prodigio della contemporaneità reso possibile dalla fede”. Giovanni Paolo II “sostava nella cappella del suo appartamento: era curvo, immobile, con la fronte appoggiata al crocifisso, che teneva stretto con le sue fragili mani come una roccia, alla quale si aggrappava per piantarvi la sua personale croce. Il mondo si commosse”.
E, “forse, cominciò a capire che la malattia del Papa non era un limite per il governo della Chiesa, ma era una meravigliosa risorsa. Sono sicuro – prosegue mons. Comastri – che in quei momenti la Chiesa percepì la santità del Papa, colse la verità dei suoi insegnamenti, vide le parole diventate vita: e gioì, così come si gioisce quando si scopre che un oggetto impolverato è un’opera d’arte d’immenso valore”. “Ora tocca a voi”: questo, per mons. Comastri “l’invito chiaro” contenuto nell’immagine del Vangelo collocato sulla bara di Giovanni Paolo II il giorno del funerale; Vangelo che, prima sfogliato dal vento “in una direzione e poi nell’altra, quasi per farci rivedere la vita del Discepolo nella vita del Maestro”, alla fine venne chiuso “da una folata decisa davanti allo sguardo attonito dei presenti”.
“Ora tocca a voi! Riprendete in mano il Vangelo e fatelo diventare vita con la stessa passione, con la stessa dedizione e con la stessa fedeltà che avete visto diventare vita in Giovanni Paolo II”: questo, per il presidente della Fabbrica di San Pietro, sembrava dire “la mano del vento”. “Credo – conclude – che tanti, veramente tanti, abbiano avvertito che la morte di Giovanni Paolo II era un evento pentecostale: era un’inondazione di grazia, era un fremito che attraversava la Chiesa e il mondo”. Ha fermato il mondo. Concorda il card. Silvano Piovanelli, arcivescovo emerito di Firenze: “Come Gesù ha raggiunto sul Calvario il culmine della sua missione, così il Papa ha dato la sua più alta testimonianza nella sofferenza degli ultimi giorni”. E tra i frutti di quella testimonianza vi è anche la conversione, in quegli stessi giorni, di una famiglia.
Padre, madre e figlio che, allontanatisi dalla Chiesa cattolica ed entrati in un gruppo di mormoni, iniziano casualmente a seguire in televisione l’aggravarsi del Papa, “figura che – ha raccontato al card. Piovanelli la madre – mai aveva ispirato simpatia”, ma la cui immagine sofferente, “come una mano invisibile, comincia a toccare il cuore” di tutti.
“Ci siamo dovuti arrendere – sono ancora parole della donna -. Accanto a noi c’era una presenza grande, piena d’amore e di misericordia che ci stava trasformando… la nostra anima si è risvegliata come da un lungo sonno. Abbiamo visto in quell’uomo sofferente Cristo in croce, che fermava il mondo e lo attirava a sé con amore e forza divini”. Mentre “Papa Wojtyla moriva – prosegue la donna – qualcosa di nuovo nasceva in noi”.
“Le parole senza suono uscite dalla sua bocca” la domenica delle Palme 2005 “sono arrivate a milioni di cuori, toccandoli con potenza. Sono sicura che in quel momento il Papa ha parlato in tutte le lingue e a tutti i popoli del mondo. In Piazza San Pietro c’erano cristiani, musulmani, ebrei, e perfino molti atei a vegliare sulle sue ultime ore”. “Momenti che – conclude il card. Piovanelli – sono rimasti incisi nella storia dell’umanità”. Ad un anno dalla morte di Giovanni Paolo II, sostiene mons. Germano Zaccheo, vescovo di Casale Monferrato, “tutto rivive ancora in noi, mentre cresce la nostalgia della sua grande presenza venticinquennale (e oltre) nella Chiesa del Concilio Vaticano”. Tanti i ricordi. “La memoria si fa, ogni giorno più, ammirazione: per tutta la sua storia di uomo venuto da lontano per farsi carico di un ministero che avrebbe piegato il suo giovanile vigore, fino all’estrema donazione di sé nell’olocausto dell’amore”.
“È passato un anno – aggiunge il vescovo -. E ogni volta che il suo successore ne ricorda il nome e la memoria, da ogni parte del mondo sale un applauso il cui eco non si spegne. È il segno di un amore, di una devozione, di una gratitudine che il popolo di Dio non esita ad esternare per questo Papa che ha segnato la nostra storia, al passaggio del secolo e del millennio. Oltre le rievocazioni mediatiche che, nel corso dell’anno, si sono succedute, restano questi incancellabili ricordi che ciascuno porta nel cuore”.
(31 marzo 2006)