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Un’intesa che “vada oltre gli schieramenti ideologici e si ponga obiettivo di un sistema educativo veramente di qualità”. Questa la richiesta della Cei per cercare di “recuperare la crisi di legittimazione della scuola che rappresenta una peculiarità tutta italiana”. Ad avanzarla è stato mons. Bruno Stenco , direttore dell’Ufficio Cei per l’educazione, la scuola e l’università, aprendo il convegno nazionale dei direttori diocesani del settore, che si conclude domani (1 aprile) a Viterbo, sul tema: “Pastorale dell’educazione e della scuola: le ragioni della speranza”.
Realizzare un vero e proprio “cantiere della riforma”, a più di cinque anni dalla legge istitutiva della parità scolastica – ha proseguito il direttore dell’Ufficio Cei – è la strada da seguire per “portare la totalità dei giovani, soprattutto quelli più svantaggiati, al livello più alto di qualificazione e di competenza” e “offrire alle nuove generazioni non solo gli strumenti conoscitivi per trovare posto in una società fortemente caratterizzata dalla scienza e dalla tecnica, ma anche e soprattutto una solida formazione umana nella crescita come persone, soggetti liberi e al tempo stesso solidali e responsabili”.
E proprio alla vigilia del Convegno di Viterbo – organizzato in preparazione del IV Convegno ecclesiale nazionale (Verona, 16-20 ottobre) – il Consiglio nazionale della scuola cattolica (Cnsc) ha diffuso un documento-appello in cui si chiede di superare “ogni discriminazione economica tra gli alunne di scuole statali e paritarie”, in modo da attuare l’effettiva parità scolastica, non ancora pienamente raggiunta a più di cinque anni dalla legge di riforma.
La Chiesa non vuole “dettare o addirittura imporre un’etica pubblica a tutti i cittadini credenti o meno”, ma chiarire “alcuni presupposti essenziali del vivere civile, fra cui in primo luogo il rispetto dell’altro”, cardine per un corretto esercizio della “laicità”. Lo ha detto Vittorio Possenti, docente di filosofia politica all’Università di Venezia, aprendo la prima sessione del convegno, dedicata al rapporto tra fede, ragione ed etica pubblica.
La “questione dell’altro”, secondo il relatore, è il “nucleo centrale” del dibattito sulla laicità, e impone la necessità di chiedersi “se l’etica pubblica possa fondarsi sulla libera contrattazione di mani forti che volta per volta decidono l’agenda e le regole da fissare – con il gravissimo rischio che i più deboli, i senza voce non siano considerati in questa contrattazione – oppure se invece esistano limiti all’esercizio della indifferenziata libertà dell’adulto”.
“No”, dunque, alla dittatura della maggioranza, che pretende di “definire famiglia ciò che famiglia non è”, attribuendo alle coppie di fatto e le unioni omosessuali “lo status di famiglia”, e cerca di minare la dignità dell’embrione, inteso come “un mero grumo o ammasso di cellule”.
“Sì”, invece, al “ruolo pubblico” delle religioni finalizzato a rimettere al centro la “questione antropologica”, in un momento in cui l’invadenza delle “nuove tecnologie della vita incidono sul soggetto, lo trasformano”, minacciando la sua identità di persona. Stanchezza, ripiegamento su di sé, mancanza di “voglia di futuro”, frattura tra le generazioni: si riassume in questi termini, per Possenti, il “deficit di speranza” di cui soffre l’Europa, e in particolare l’Italia, afflitta da un declino demografico che penalizza soprattutto i giovani, a cui il mondo economico “si rivolge come clienti, come consumatori” e solo raramente come “portatori potenziali di innovazione e creatività”.
In questo contesto, “educare significa prendere per mano una persona e aiutarla a percepire la realtà”, rivalutando la “tradizione” come strumento di “sapienza educativa”, in grado di contrastare l'”etica provvisoria del viandante”, oggi dominante, e il primato dell’individualismo. “Nel sistema nazionale pubblico di educazione il diritto-dovere all’istruzione e alla formazione deve essere gratuito per tutti”, si legge nel documento del Cnsc: “Quindi il denaro erogato dallo Stato e dagli Enti locali alle scuole paritarie, cattoliche e laiche, non è sottratto alla scuola pubblica statale, ma serve per realizzare le finalità generali delle politiche educative del nostro Paese”.
Il contributo complessivo dello Stato alle scuole paritarie (532,330 milioni di euro nel 2005 in applicazione della legge 62/00 e 50 milioni del cosiddetto buono scuola alle famiglie) è pari all’1.4% della spesa pubblica dello Stato (41.541 milioni secondo gli ultimi dati disponibili del 2003) e dal 2001 al 2005 è rimasto sostanzialmente invariato. Per quanto riguarda il contributo alle scuole secondarie di 1° e di 2° grado paritarie, “è di appena 16 milioni di euro, cioè una vera miseria”, commenta il Cnsc.
(31 marzo 2006)