In questo segno

PENSIERI

Il 13 aprile 1986, giusto venti anni fa, per la prima volta, un Papa, Giovanni Paolo II, varcava la soglia di una Sinagoga accolto a braccia aperte dal rabbino capo della comunità israelitica romana, Elio Toaff. Un viaggio breve, a pochi passi dal Vaticano, un piccolo passo, ma che in realtà colmava un vuoto storico di due millenni, un passaggio cruciale, una svolta.

L’evento è stato lungamente maturato dagli eventi storici, alcuni tragici come la vicenda dello sterminio nazista degli ebrei nella seconda guerra mondiale, dai gesti e dalle parole di benevolenza di Giovanni XXIII, e soprattutto dalla dichiarazione “Nostra Aetate” del Concilio Vaticano II (1965). Era avvenuto anche da parte ebraica un riavvicinamento che aveva dato luogo a un incontro tra il Papa e il rabbino capo nel 1981 in una parrocchia romana.

La visita alla Sinagoga non è stata, pertanto, una semplice intuizione estemporanea del Pontefice, quanto un punto di arrivo lungamente preparato e motivato, anche se inedito e imprevedibile, che affonda le radici nel disagio della coscienza europea di aver consentito l’orrore della Shoah. A ciò si aggiunge la tenace volontà di Giovanni Paolo II, deciso a superare difficoltà, critiche e incomprensioni. Accanto a favorevoli commenti espressi alla notizia della visita si erano manifestate anche perplessità e contrasti. Alcuni conservatori cattolici scrissero che il Papa sarebbe andato ad abbracciare Caifa.

Lo stesso rabbino Toaff interpellato dalla Santa Sede rimase sorpreso e incredulo a prima vista e racconta: “Era mai possibile che il Papa avesse desiderio di visitare il Tempio degli ebrei? Ricordavo ancora con tristezza quando al funerale di mio padre, il vescovo di Livorno non aveva potuto entrare nel Tempio per assistere alla preghiera perché – aveva spiegato – una regola secolare glielo impediva. Come avrebbe potuto farlo oggi il vescovo di Roma?” (E.Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, 233).

Seguendo la narrazione dell’incontro fatta da Toaff si può comprendere il peso storico che quella visita ha rappresentato. A distanza di questi venti anni, volendo fare un bilancio dei frutti che ne sono conseguiti, oltre ai tanti incontri e dichiarazioni che si sono succedute e alla grande apertura del nuovo Pontefice Benedetto XVI, si può rilevare soprattutto, a mio avviso, che i legami tra i due popoli, nonostante alterne vicende e difficoltà, legate a questioni politiche, non si sono interrotti e nemmeno allentati.

Si può anzi affermare che si sono ancora più rinsaldati, se è proprio di questi giorni l’invito rivolto a Benedetto XVI a visitare la Terra Santa da parte di un ministro del governo israeliano. A osservatori esterni non si può dire che la cosa appaia semplice. La situazione politica e le relazioni tra ebrei e palestinesi, dopo un periodo in cui si era aperta una speranza con la politica dell’evacuazione dei territori occupati, è ripiombata nella tensione e nello scontro con la vittoria del partito Hamas alle elezioni palestinesi.

È vero che la questione politica non rientra nella sfera dei rapporti umani e religiosi tra cattolici ed ebrei sul piano del dialogo tra le due culture e le due religioni che hanno tra loro un’ideale prossimità. Ma è anche vero che risulta difficile dividere le persone dai loro interessi immediati e tenere una equidistanza tra due popoli che non possono essere trattati con criteri discriminatori.

La questione palestinese, pertanto, non può essere tagliata fuori asetticamente dal dialogo ebraico-cristiano, che persegue anche il raggiungimento della pace nei luoghi riconosciuti santi dalle tre religioni monoteistiche che vi abitano né può estinguere o attenuare il privilegiato legame di amicizia che la Chiesa ha con i “fratelli maggiori”, da cui trae la sua origine ed è, per questo, favorevole a una composizione pacifica della controversia in atto.

Un indizio, giunto quasi per caso e come uscito fuori da carte segrete, quelle del testamento di Giovanni Paolo II, fa comprendere come intimo e profondo fosse il sentimento di gratitudine e di affetto di Woytjla per Toaff, del Papa per il rabbino, se tra le persone nominate nell’ultima stesura del testamento (2000) il vecchio Papa ricorda, appunto, con gratitudine e affetto, il “rabbino di Roma”.

Credo che la visita alla Sinagoga per Giovanni Paolo II non abbia rappresentato soltanto un fatto storico, un gesto dovuto, quanto il ricongiungimento affettivo di una relazione “parentale”, che ha a che fare con questioni di famiglia: si tratta di “fratelli”. È in questo segno che si ispira il ricordo dei venti anni trascorsi e il cammino dell’imprescindibile continuazione del dialogo.

Elio Bromuri

(12 aprile 2006)