CITTADINANZA: INCONTRI
“È necessario anche l’impegno di tutti noi, non basta la solidarietà a chi lavora, dobbiamo sentire la corresponsabilità. Questi problemi sono anche “cosa nostra”, ci appartengono, non possiamo delegarli. Non basta combattere la mafia, la violenza, la criminalità, dobbiamo sconfiggerla”. Parole di don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera e fondatore del Gruppo Abele all’indomani dell’arresto di Bernardo Provenzano avvenuto l’11 aprile. Con don Ciotti abbiamo parlato di mafia e di come fare per combatterla per costruire una città dove tutti possano vivere nella giustizia, nella difesa dei deboli, nel rispetto. Don Ciotti, qual è il significato del recente arresto di Provenzano? “L’arresto di Provenzano suscita grande gratitudine nei confronti di queste Istituzioni che, pagando spesso un prezzo alto, pensiamo ai magistrati, ai poliziotti e ai carabinieri uccisi, lottano ogni giorno contro l’illegalità mafiosa. Ma questa vicenda suscita anche rabbia. Qualcuno dovrà spiegare come è possibile una latitanza di 43 anni. Abbiamo bisogno di conoscere la verità perché solo con la verità si costruisce la giustizia e quindi la cittadinanza. Esiste una cultura mafiosa trasversale al Paese. Per sconfiggerla è necessario sentire l’urgenza del ruolo della dimensione educativa, che deve coinvolgere la scuola, la famiglia, la formazione dei docenti”. La gente ha sfogato la rabbia anche esultando per l’arresto… “Abbiamo diritto alla rabbia, un sentimento umano, del cuore. Quella che nell’Antico Testamento era l’ira di Dio, dei poveri, dei giusti. La stessa che Paolo VI chiamò la collera dei poveri. La rabbia, che non significa vivere da arrabbiati, ma vuol dire arrabbiarsi. In questo senso la rabbia ti permette di agire contro le ingiustizie, vincere le sopraffazioni, la violenze, la privazione di libertà. Rivendico anch’io il diritto alla rabbia che è un atto d’amore. Ci si arrabbia per le cose che si amano. Dobbiamo creare le condizioni perché tutti siano liberi. In Italia abbiamo persone che non lo sono. Chi è ostaggio delle mafie non è libero, chi vive il lavoro nero o il caporalato non è libero, chi subisce l’usura o il pizzo non è libero, chi viene sfruttato nella prostituzione non è libero, quindi non è un cittadino. Il paradosso è che siamo chiamati a liberare la libertà. Il grido della città è un grido di libertà e di speranza”. Che ruolo giocano speranza e fede in questa trasformazione della società? “Bisogna essere convinti di ciò che Gesù Cristo ci ha indicato con fermezza: il bene vince il male. Dobbiamo essere disposti a scommettere su Dio. Per un cristiano non può venire meno la speranza nel cambiamento, che si possa dare libertà e dignità a tutti. La consapevolezza che non c’è solo il nostro impegno umano. Dobbiamo fare società con Dio. Noi mettiamo la nostra parte, piccola, limitata, ma Dio mette la sua quota che è immensa. Dobbiamo credere in questo anche mentre costruiamo la città. Il giudice Falcone, parlando della mafia, aveva detto, che questo è uno dei fenomeni umani, che hanno inizio e fine. Ecco perché come cristiano devo scommettere su Dio che non ci abbandona. Senza dimenticare, anche quando parliamo di impegno sociale e politico, il richiamo del Vangelo: cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia”. Un concetto ribadito con forza da Giovanni Paolo II nel 1993 nella Valle dei Templi: “La cultura della mafia è antievangelica, è una cultura di morte…” “Parole grandi che abbiamo bisogno di risentire sempre. Restano scolpite nella memoria quel braccio alzato con vigore e quelle parole dette con forza. Giovanni Paolo II parlava con le mani, gli occhi, con tutto il corpo. Ma quelle parole, avevano avuto un piccolo precedente. Mentre scendeva verso la Valle dei Templi il Papa aveva incontrato il padre e la madre del giudice Rosario Livatino, ucciso in un agguato mafioso il 21 settembre 1990. Non sappiamo cosa si siano detti ma il dolore e la dignità nel dolore dei due genitori gli hanno permesso di pronunciare quelle parole. Quando il giudice Livatino venne ucciso, la madre trovò una specie di diario dove era scritto: Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili. Anche quando parliamo di città e di cittadinanza”.
(21 aprile 2006)