L’ultimo attentato del giovane kamikaze a Tel Aviv è occasione per tornare a riflettere su come risolvere il problema israelo-palestinese. Sulla Frankfurter Rundschau (19/4), Andrea Nüsse scrive: “ La tragedia continua il suo percorso. Il governo palestinese guidato da Hamas non ha preso le distanze dall’attentato di Tel Aviv, al contrario. E la reazione del governo israeliano sembra contenuta solo di primo acchito. Ma la libertà di movimento già assai limitata all’interno delle zone palestinesi verrà ulteriormente ristretta. Anche membri del governo possono essere uccisi qualora Israele lo ritenga necessario. E tre ministri e deputati di Hamas, provenienti da Gerusalemme est, saranno privati del permesso di soggiorno per la loro città natale. Questa è una delle armi più terribili e dense di significato di cui Israele disponga. Perché Israele tenta sistematicamente di mantenere basso o di ridurre il numero di palestinesi nell’area occupata di Gerusalemme est per risolvere la disputa sulla città attraverso i dati demografici. Le misure adottate dal governo non uccidono ma aumentano la morsa stretta intorno al collo dei palestinesi. Secondo i dati dell’Onu, Gaza è già minacciata dalla fame poiché da Gennaio Israele non consente praticamente l’ingresso di merci nell’area chiusa. 150.000 impiegati statali non riceveranno il loro stipendio perché Israele trattiene il gettito fiscale palestinese e l’Occidente cessa di mandare gli aiuti. Una politica delle punture di spillo che nel passato ha sempre portato a nuova violenza“. E su Die Welt , Jacques Schuster osserva: “ Israele ha reagito moderatamente e per molte ragioni. Una di queste si riassume in una parola: perplessità. Così come gli europei e gli americani, nemmeno gli israeliani sanno quale strategia impiegare nei confronti di Hamas. Da settimane i loro esperti di sicurezza discutono su tutte le opzioni, dal rovesciamento del governo di Hamas fino alla guerra aperta, dalla discussione sugli intermediari agli omicidi mirati. Tutti sanno che nessun provvedimento porta alla soluzione della crisi. Un esempio: se Israele blocca il flusso dei capitali nelle aree, fa sì che le condizioni di vita dei palestinesi migliorino sotto un governo che vuole solo morte e terrore. Se invece interrompe il flusso finanziario, distruggendo le strutture statali già di per sé deboli, l’autonomia palestinese viene meno. In queste circostanze, il numero degli estremisti aumenterebbe e la sicurezza di Israele diminuirebbe. In qualsiasi modo la si giri, nessuna opzione è soddisfacente. Nel frattempo, Hamas si rifornisce di armi presso l’Iran“. L’attentato suicida a Tel Aviv e il rialzo del prezzo del petrolio in seguito alla crisi internazionale con l’Iran sono i due temi principali trattati dai quotidiani spagnoli degli ultimi giorni. Nell’editoriale intitolato “Il petrolio sale ogni giorno” El Periodico del 19/4 afferma che “siccome siamo uno dei Paesi dell’Unione europea a 25 che più dipende dall’importazione di questo combustibile e dei suoi derivati” , si legge, “ora dobbiamo renderci conto, come avverte la Banca di Spagna, di dover rivedere l’allegria del nostro modello di crescita. Perché stanno finendo, forse per sempre, i prezzi economici della materie prime. L’aumento irreversibile dei costi energetici è il fatto definitivo che segnala la necessità di trovare uno schema economico nazionale più adatto a questa realtà”. Nell’editoriale intitolato “Il nuovo scenario del Medio Oriente” il quotidiano catalano Avui del 19/4 osserva che “dopo la morte di 10 persone di un attacco terrorista, il governo dell’Autorità nazionale palestinese non può giustificarlo con la dottrina della legittima difesa… Però la risposta inopportuna del governo di Hamas è risultata più sterile dopo la reazione del nuovo governo israeliano di Ehmud Olmert, che ha già annunciato che non pensa di realizzare un attacco massiccio in risposta all’attentato di lunedì”.- Di un “nuovo terrorismo senza Al-Qaeda” , all’indomani dell’attentato di Tel Aviv e dopo le conclusioni delle inchieste sugli attentati terroristici che hanno colpito l’Europa nel 2004 e 2005, parla Le Monde (19/4), in un articolo in cui Jean Pierre Stroobants fa notare che “la vera sfida degli anni a venire sarà, per l’Europa nel suo insieme, di individuare e sconfiggere le ‘cellule’ autonome (…). Piccoli gruppi uniti dall’amicizia o da legami familiari, legati alla nebulosa jihadista grazie alla mediazione di Internet ed impregnati di un messaggio religioso che non è solamente un pretesto, queste nuove strutture si stanno rivelando più minacciose di quelle che si sentono investite di una missione di solidarietà”. La nascita di un “terrorismo autoctono” , è la conclusione del quotidiano francese, rappresenta “un fenomeno particolarmente minaccioso per la minoranza musulmana che vive in Europa. Nella maggioranza lontana da concezioni estremiste, potrebbe essere la prima vittima dell’esasperazione delle tensioni che si manifestano in diversi luoghi”.