politica

Un’Europa inquieta

Il processo di integrazione messo a prova da novità non sempre rassicuranti

L’Europa politica è inquieta. Gli scossoni subiti negli ultimi tempi da diversi governi in carica, i “ribaltamenti di fronte” registrati dopo quasi tutte le recenti elezioni legislative, le crescenti difficoltà a dare esecutivi stabili per più di una legislatura, non rendono certo più agevole il cammino dell’integrazione continentale, che ripone nel Consiglio Ue (l’istituzione comunitaria composta dai capi di Stato o di governo dei 25) un preminente potere decisionale. SCACCHIERE IN MOVIMENTO. Con l’affermazione elettorale, la scorsa settimana, dell’Unione in Italia e della sinistra socialista in Ungheria, salgono a 11 i paesi dell’Ue governati da forze di centrosinistra: Belgio, Cipro, Finlandia, Italia, Lituania, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia e Ungheria. In Germania la Socialdemocrazia sostiene invece il governo di “grande coalizione”, presieduto dalla cristiano-democratica Angela Merkel. L’Estonia è governata da una coalizione di centro, mentre gli altri dodici paesi, fra cui Austria (attuale presidente di turno Ue), Francia e Polonia, sono guidati dal centrodestra. L’attuale scacchiere politico potrebbe però mutare nei prossimi mesi: fra il 2006 e il 2007 sono infatti previste votazioni nazionali in Austria, Belgio, Cipro, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svezia. LA CRISI DELLA POLITICA. Al di là delle bandiere e degli schematismi, si va confermando l’osservazione secondo cui, oltre a essere in crisi l’Europa politica, appare in affanno la politica in Europa. Il dato più evidente è legato alla instabilità delle coalizioni e delle compagini ministeriali. La Francia, ad esempio, ha alle spalle una bocciatura mediante referendum del Trattato costituzionale, che ha mostrato un netto divario tra le opzioni del governo e della presidenza della Repubblica rispetto a quelle dei cittadini. Ma Parigi ha fatto anche i conti prima con le banlieues in fiamme e poi con la rivolta delle piazze contro il contratto di primo impiego (Cpe); vicende che hanno contribuito a indebolire le forze moderate che ruotano attorno a Chirac, de Villepin e Sarkozy, mentre le elezioni del 2007 si fanno imminenti. DA BLAIR FINO A ZAPATERO. Di altra natura i problemi di “tenuta” dei laburisti inglesi che, con Tony Blair, occupano Downing Street; l’opinione pubblica progressista sembrerebbe invocare il cambio della guardia tra lo stesso premier e il successore designato, Gordon Brown, mentre si rafforzano i conservatori, da molti anni relegati all’opposizione. In Germania è ancora in rodaggio la “grande coalizione” tra Cdu e Spd, mentre la Merkel conferma l’immagine di statista europeo; in Polonia l’esecutivo di centrodestra è attraversato da incomprensioni tra i partiti che lo compongono; dal canto loro i socialisti spagnoli si misurano con una opinione pubblica divisa sui provvedimenti avanzati dalla squadra del primo ministro José Luis Zapatero. BALCANI INSTABILI E REGIME BIELORUSSO. Se all’interno dei confini comunitari si registrano smottamenti politici, anche i “vicini di casa” rivelano difficoltà della medesima natura nonché ostacoli sulla via delle preventivate riforme. Romania e Bulgaria, ad esempio, candidate all’ingresso nell’Ue dal prossimo 1° gennaio 2007, sono alle prese con ritardi in materia di organizzazione della giustizia, modernizzazione del sistema economico, corruzione nella pubblica amministrazione, tutela delle minoranze… La Croazia, anch’essa candidata all’adesione, ha conti in sospeso con il Tribunale internazionale dell’Aia e in generale nei Balcani rimangono aperte le ferite prodotte dai conflitti interetnici degli anni Novanta. Tutt’altro che pacificata risulta l’Ucraina, alla ricerca di un esecutivo stabile che raccolga l’eredità della “rivoluzione arancione”. Per quanto riguarda la Bielorussia, definita “l’ultimo regime autoritario in Europa”, si nutrono ben pochi dubbi: finché al potere resterà il leader Alexander Lukashenko, la democrazia e i diritti civili saranno un miraggio. TURCHIA: DEMOCRAZIA E LAICITÀ. “Due sono i pericoli che minacciano la Turchia di oggi: il separatismo curdo e il fondamentalismo islamico”: a lanciare un altro segnale preoccupante per il quadro europeo in questo caso è Ahmet Necdet Sezer, presidente della Turchia. A metà aprile, il capo dello Stato ha rivolto inusuali parole di richiamo al governo guidato dal partito Giustizia e sviluppo (Akp), pur senza mai citare il premier islamico moderato Recep Tayyp Erdogan. Un braccio di ferro tutto interno ai palazzi del potere nella repubblica fondata da Ataturk, che, essendo candidata all’Ue, è sotto i riflettori di Bruxelles. Democrazia, stato di diritto, diritti umani, libertà religiose: sono molteplici le sfide che Erdogan e il suo Akp dovranno affrontare per avvicinarsi ai 25: la strada verso Bruxelles è ancora lunga.