“PERCORSO ITINERANTE”
“Oggi il concetto di cittadinanza va precisato e arricchito di nuovi significati e appare essenziale che ogni cittadino attivi tutte le sue potenzialità e costruisca con altri una migliore casa comune. Accanto alla carta dei diritti, è giunto il tempo di considerare seriamente la carta dei doveri, tra i quali si pone il dovere verso coloro che verranno dopo di noi”: è quanto ha affermato mons. Paolo Tarchi, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, introducendo i lavori del convegno “La cittadinanza tra diritti e responsabilità”, in corso a Quartu Sant’Elena (Ca).
Le giornate cagliaritane (fino al 25) “hanno ha spiegato Tarchi – come punto di attenzione e attrazione il Convegno di Verona (16-20 ottobre), desiderando portare un contributo alla riflessione sul quinto ambito della testimonianza indicato dalla traccia di riflessione per lo stesso convegno, consapevoli che la riflessione sulla cittadinanza farà emergere le inevitabili connessioni con gli altri quattro ambiti: vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana e tradizione”. Quale modello di sviluppo? “L’economia di mercato ha spiegato Stefano Zamagni, docente ordinario di economia politica presso l’Università degli studi di Bologna, intervenendo sul tema “Quale modello di sviluppo per una società globalizzata” nasce nel 1400, molto prima del capitalismo, in quel modello di ordine sociale sviluppatosi in Umbria e Toscana e noto come civiltà cittadina. I Francescani affermavano che l’elemosina aiuta a sopravvivere ma non aiuta a vivere, perché vivere è produrre e l’elemosina non aiuta a produrre. Il mercato è dare a tutti la possibilità di produrre, anche a coloro che hanno minori capacità, per il raggiungimento del bene comune. Con il capitalismo, il bene comune si è trasformato in bene totale, in senso assoluto”.
“Oggi, prendere seriamente questa prospettiva ha proseguito Zamagni significa rispondere alla domanda: Quali sono i luoghi per attuare la fraternità? Come cristiani, infatti, gli ideali di giustizia e libertà per la nostra società non ci possono bastare; occorre aggiungere il principio di fraternità, che in economia si chiama principio di reciprocità, accostato al concetto di beni relazionali, dove è proprio la relazione a costituire il bene”.
Tre le priorità, per Zamagni: “Tornare al concetto globale di educazione, che non è solo formazione, addestramento, istruzione; tornare a realizzare opere, così come ha insegnato S.Benedetto con la regola ora et labora, altrimenti corriamo il rischio di limitarci a discorsi intellettualistici; tornare a interessarsi alla sfera pubblica cioè alla politica, che è la sola a poter risolvere alcune questioni di grande importanza per la persona e la comunità”. Un paese fondato sul lavoro. “I nostri padri costituenti ha affermato Savino Pezzotta, ex-segretario generale Cisl hanno voluto fondare la Repubblica italiana sul lavoro, rifiutando una visione collettivistica o liberistica dello Stato. Ma il lavoro costituisce ancora un criterio di accesso alla cittadinanza sociale?”.
In Italia “lavorano solo 6 persone su 10; secondo i dati Istat 2005, la disoccupazione diminuisce, ma l’occupazione rimane stabile e ciò significa che molti escono dal mercato del lavoro, senza la fiducia di potervi tornare. Il livello occupazionale è sotto di 6 punti rispetto alla media europea e fotografa un Paese spaccato in due: a Nord, registra punte superiori alla media europea e al Sud inferiori al 50%, con un indice di disoccupazione che è del 4,9% in Lombardia e del 16,2% in Sicilia”.
È in atto “una grande trasformazione, non solo del mercato del lavoro, dell’industrializzazione e del capitalismo, ma della stessa società. Aumentano frammentazione e mobilità, si riduce la stabilità: la flessibilità non governata del lavoro, mette in crisi la coesione sociale”. I cattolici, secondo Pezzotta, hanno il compito “di analizzare questa situazione, a partire dalla dottrina sociale della Chiesa e dalla centralità del lavoro per la dignità dell’uomo. La difesa della vita, dal concepimento alla sua fine naturale, non può prescindere dall’accompagnamento della vita vissuta tutti i giorni”. Toccare le piaghe. “Come Chiesa ha affermato mons. Giuseppe Mani, arcivescovo di Cagliari, nell’omelia della messa al santuario di Bonaria – abbiamo il compito di riconoscere e toccare le piaghe del Signore nel mondo del lavoro disoccupazione, sfruttamento, non compimento del proprio dovere e cercare di alleviarle in tutti i modi”.
(24 aprile 2006)