COMUNICAZIONE DELLA FEDE: INCONTRI
Vedo un luccichio in un cerchio di adolescenti giunti in montagna, nel viaggio, fisico e spirituale al Monte Carmelo con la sua erta salita. Quel luccichio mi attrae, voglio osservarlo; un ginocchio sbuca da jeans lacerati, un alluce da una scarpaccia, alcune unghie scintillano: cinque colori, ognuno per ogni unghia. Lo colgo finalmente in diretta: un brillantino fissato nella fossa della narice e più in là il volto di una freschissima ragazzina con un piercing al naso. Il mio saio bruno, quale effetto può mai suscitare? Il fatto stesso, che mi abbiano richiamato dalla solitudine della mia cella, per conoscere e capire, mi sollecita e incuriosisce.
Si scandiscono i nomi, i volti si illuminano, qualcuno ridacchia con il vicino, un altro si fa tutto rosso perché un gomito lo spinge: qui, mi dico, c’è qualche domanda che vuole emergere, ma non osano…
Sono sotto il loro mirino, il velo nero e i sandali, la croce di legno puntata sullo scapolare: non potrebbe esserci contrasto più vivo: loro e io. Eppure ci lega quella solida corda lanciata da Dio, nel mondo e nella storia, che porta il nome di speranza; eppure questi ragazzi, ieri sera, si sono seduti per terra nella nostra cappella e hanno sostato a lungo davanti a un Chi che chiede di entrare nella loro vita. Eppure sono qui e non in discoteca, sono qui e non a divertirsi dinanzi alla playstation, mentre io ho percorso già più di tre volte tutto l’arco della loro vita.
Senza preamboli una ragazzina, semimascherata dai suoi stessi ciuffi, mi inchioda: “Che senso ha sprecare la propria vita in una clausura? Non è un masochismo? Che cosa fai per la società da cui prendi tutto?”.
“Alla società do la mia vita, la mia unica vita. Non puntare sul che cosa, ma sul Chi”.
L’attenzione ormai è polarizzata e sono scossi. La domanda passa a me: “Avete visto l’Era glaciale?”.
Un maremoto li avrebbe lasciati più indifferenti: ripetono allegri i nomi dei protagonisti, imitano le voci, ripropongono i gesti.
“Qual è la scena che più vi ha colpiti?”
Un ragazzo, con gli occhi umidi, risponde all’istante: “La madre che si perde nel vortice della corrente dopo aver deposto il suo piccolo sulla riva”.
Una voce sottile e ancora roca, emergente da un paio di occhialini, sussurra: “Il mammuth che salva il piccolo anche se aveva ben visto quei terribili graffiti”.
Ora è naturale, scivola come olio parlare e testimoniare il “Chi” della propria vita, quell’Unico che ogni monaco e ogni monaca ha incontrato e che da ragione di una vita… “Strutturata… sempre in un perimetro?”: Mi interrompe un volto sgomento, fissato su una figura altissima e dinoccolata.
“Un perimetro dalle pareti di cristallo: la cella si spalanca, è un puntino, un solo puntino nella storia e nell’universo. Un buco, se volete, ma irraggiante”.
“Come fai a dire una… cosa… simile?”: scatta una cresta di gallo fissata dal gel. L’evidente sforzo della traduzione simultanea fa scoppiare tutti in una sonora risata. “Posso affermarlo rispondo – perché è un puntino di misericordia”.
Annaspano nell’etimologia, non riescono a uscire dal banco delle sabbie mobili. Li conduco all’ebraico (quando ancora non sanno il latino, ma sono incuriositi al massimo) e spiego il nome del Dio che si rivela: il Misericorde, Colui che ha gli uteri. Sono sconcertati, i volti si accendono e, finalmente, uno dei miei vicini smette di far scattare una fibbia che, fino a questo momento, ha scandito ogni parola e ogni silenzio. “Dio ci genera nel suo utero, come una Madre, e poi ci immette nella storia, ci lascia andare ma è sempre pronto a rigenerarci quando noi, pentiti, ricorriamo a Lui. Questo Chi da senso all’esistere di una carmelitana che, in solitudine e silenzio, sale verso la vetta del Monte, lo stesso Cristo Signore. In quel puntino, che è la cella, il Misericorde abita e chiede di espandersi in tutto il mondo e in tutti i cuori. Egli abita in ogni cuore, in quello di ciascuno di voi”.
“Che cosa significa pregare?”. “Accoglierlo, ricorrere a Lui, sempre e comunque”.
“Stare lì e ripetere parole e parole…”. “No, significa stare con l’Amico e raccontargli di sé e ascoltarLo quando ti parla, a sua volta, di Sé”.
“Quanto guadagni?”. “Nulla”.
“E la spesa?”. “Niente spesa, il Padre buono manda quanto serve”.
“Ti ascolto perché non vuoi convincermi…perché non hai il partner e magari un figlio?”. “Perché sono abitata dal Misericorde ed è Lui il partner che, in me, genera sempre dal Suo utero, nella storia e nel tempo”.
“Insomma…fate niente!”. “Niente del tutto, con un solo desiderio: stare con Lui per i fratelli”.
Mi allungano delle patatine e un gigante imberbe mi chiede: “Posso portarti un mp3?”.
Cristiana Dobner
(03 maggio 2006)